18 settembre 2017

Il Grande T. rex, l'Ibrido, e la contrazione iconografica


Le ricostruzioni scheletriche sono, lo dice il nome, delle ricostruzioni: costruzioni a posteriori. Assumere una ricostruzione come un "fatto", un "datum", è pericoloso e fuorviante. Pericoloso perché trasla quella che è solamente una ipotesi della mente dentro il dominio degli oggetti della realtà. Fuorviante perché spesso ci incanala dentro una comoda gabbia mentale: la ricostruzione è infatti una iconografia seducente, la elegante risoluzione di decine di pagine di descrizione anatomica in una sola icona: la gioia dei pigri.
Noto che online c'è ormai una generazione plagiata dalle ricostruzioni scheletriche. Lo noto dal modo con cui spesso i plagiati citato le ricostruzioni, chiamandole "skeletals", ovvero, contraendo "skeletal reconstructions" in "skeletals". Questa apparentemente banale semplificazione linguistica in realtà è una ristrutturazione mentale pericolosa: infatti, essa omette di menzionare il vero soggetto (reconstruction) ed eleva l'aggettivo "skeletal" al rango di nome. Così facendo, una ipotesi grafica (a reconstruction) è trasformata in un dato (a skeleton) che non è.
Mai dubitare della subdola potenza di una contrazione terminologica.

Se pensate che la mania per le ricostruzioni scheletriche sia una moda della nostra epoca ed un feticcio dei dinomaniaci di Internet, state sovrastimando i bei tempi andati. Ho un debole per la letteratura dinosaurologica "vintage", in particolare per il periodo precedente la Prima Guerra Mondiale, ed è sempre un piacere rileggere le pubblicazioni di quei tempi.
Ad esempio, Osborn (1905 e 1906), è un interessante esempio della pervasività delle iconografie scheletriche fuorvianti. Per comprendere questo fenomeno, occorre confrontare Osborn (1905) con Osborn (1906). Il primo è la breve pubblicazione che istituisce tre taxa di theropodi di grandi dimensioni, il secondo una più articolata descrizione dei medesimi.

Osborn intuisce la portata di quello che sta per scrivere, e parte difatti col botto.
Dopo aver menzionato la scoperta da parte di suoi collaboratori Brown e Lull dello scheletro parziale di un grande rettile carnivoro, Osborn (1905) scrive:

"Propongo di rendere questo animale il tipo del nuovo genere Tyrannosaurus, in riferimento alla sua mole, che supera grandemente quella di qualunque altro animale carnivoro di terraferma finora descritto".

Era nato il mito. Tyrannosaurus rex viene introdotto subito con toni da icona pop, che preannunciano l'enorme carisma che questo taxon avrà nei decenni successivi e fino ad oggi.
Il secondo taxon, battezzato un paio di righe sotto Tyrannosaurus, nasce invece già da sfigato. Si capisce subito, da come lo menziona Osborn, che questo è destinato all'oblio:

"Inoltre caratterizzo brevemente un altro dinosauro carnivoro, Dynamosaurus, con piastre dermiche, trovato da B. Brown nel 1900".

Dynamosaurus vivrà un solo anno: Osborn (1906) lo riduce allo status di sinonimo di Tyrannosaurus, in quanto chimera, associazione artificiale di ossa di un Tyrannosaurus con piastre dermiche probabilmente di Ankylosaurus (siccome le piastre dermiche erano l'unico carattere con cui Osborn nel 1905 lo differenziò da Tyrannosaurus, la rimozione delle piastre dallo scheletro fa perdere qualsiasi validità alla distinzione tra i due taxa).

In pratica, nel 1906, Tyrannosaurus ha ucciso e divorato un ibrido formato da parti di theropode con parti di altri dinosauri...

La revisione tassonomica di Dynamosaurus è accompagnata da una ristrutturazione della ricostruzione scheletrica di Tyrannosaurus.
Nel 1905, Osborn aveva incluso nel breve articolo anche la prima ricostruzione scheletrica di Tyrannosaurus. Basandosi sul ridotto numero di ossa preparate dall'olotipo, Osborn (1905) ebbe ampi margini di manovra per ipotizzare forma e dimensioni di Tyrannosaurus. Il risultato fu un colossale mostro altro 19 piedi (5 metri e 70 cm), che chiaramente giustificava il nome dato a questo animale.

Nel 1906, Osborn revisiona la ricostruzione scheletrica di Tyrannosaurus, aggiungendo anche le ossa che prima erano considerate parte di Dynamosaurus (tranne le piastre dermiche, ovviamente). Il risultato è una seconda ricostruzione che "ridimensiona" l'animale, con una altezza di "soli" 5 metri e 30 cm, ovvero, 90% delle dimensioni stimate l'anno precedente.

La rivalutazione critica delle dimensioni di un fossile è parte del mestiere. Più ossa conosciamo, più ridotto risulta il margine di incertezza associato, e quindi più restrittivi divengono i vincoli lasciati alla ricostruzione. Oggi, che di Tyrannosaurus conosciamo vita morte e miracoli, con dozzine di scheletri e praticamente ogni elemento osseo noto, può apparire quasi ovvio ricostruirne dimensioni e forma secondo certi "canoni". Ma nel 1905, con un solo scheletro frammentario e senza alcuna informazione particolare sulle caratteristiche di questo nuovo taxon, la faccenda era sicuramente più complessa e maggiormente rischiosa. Non dovremmo quindi biasimare Osborn se, inizialmente, sovrastimò la sua bestia.

Cosa sarebbe successo se, fin da subito, Osborn avesse separato le piastre dall'animale trovato per primo da Brown (quello che, per un solo anno, fu battezzato Dynamosaurus)? E cosa sarebbe successo se Osborn avesse realizzato immediatamente che l'animale scoperto nel 1902 era il medesimo taxon dello scheletro del 1900? Non sapremo mai se Osborn avrebbe utilizzato comunque il nome Tyrannosaurus qualora fosse stato chiaro fin da subito che l'animale era delle dimensioni di quelle stimate con le ossa dello sfigato Dynamosaurus. Siccome il nome dell'animale fu esplicitamente ispirato dalle colossali dimensioni della ricostruzione originaria, forse il nome Tyrannosaurus non sarebbe mai stato coniato. Dobbiamo forse imputare a quell'errore passeggero, durato un solo anno, la nascita del più grande mito pop-paleontologico.

O forse, nulla sarebbe cambiato, a parte il nome... ed in un universo alternativo, Dynamosaurus è l'eroe di film, fumetti e ricostruzioni scheletriche.

Bibliografia:
Osborn, H. F. 1905. Tyrannosaurus and other Cretaceous carnivorous dinosaurs. Bulletin of the American Museum of Natural History 21:259-265.
Osborn, H. F. 1906. Tyrannosaurus, Upper Cretaceous carnivorous dinosaur (second communication). Bulletin of the American Museum of Natural History 22:781-296.

17 settembre 2017

Billy e il Clonesauro: Sono Letali e Otto Mesi, Letteralmente Letali


Ventiquattro anni fa esatti, usciva nelle sale cinematografiche italiane "Jurassic Park", il più famoso e significativo film avente dei dinosauri non-aviani come protagonisti. Avevo 15 anni quando uscì il film, che vidi al cinema una settimana dopo la prima uscita (ed il cinema era ancora pieno come un uovo...). Ripensando a quel periodo, con la mente del paleontologo del 2017, in un pianeta massivamente connesso da internet e nel quale dinosauri di tutte le forme e rappresentazioni sono fruibili con una rapidità allora del tutto impensabile, si prova una punta di nostalgia, per qualcosa che oggi difficilmente potrebbe suscitare analoghe emozioni. I tempi sono cambiati, ed i quindicenni di oggi possono rivedere ogni singolo fotogramma di dozzine di film con dinosauri in computer grafica semplicemente accedendo alla rete. Ben altra cosa era essere un ragazzino fissato coi dinosauri nel 1993...

Ma non è per gli amarcord personali che oggi parlo di Jurassic Park.

In più occasioni, ho parlato di come Jurassic Park (il film) abbia funzionato da collettore storico, da valvola amplificatrice per una particolare concezione dei dinosauri, maturata negli anni '70 e '80 in seno ad una relativamente ridotta cerchia di studiosi di area anglosassone, ed abbia poi disseminato tale concezione nel mondo intero, al punto che quella particolare visione teorico-iconografica è diventata, negli anni '90, la rappresentazione dominante a scala mondiale, se non l'unica ammissibile.
Chi non è consapevole della particolare serie storica che sta dietro e oltre Jurassic Park vivrà la paleontologia dei dinosauri in maniera molto ottusa, inconsapevole che, qualora la storia fosse ripetuta a partire dagli anni '70, forse il Jurassic Park del 1993 ci avrebbe mostrato ben altri dinosauri, con ben altre caratteristiche, e che questi avrebbero plasmato il nostro immaginario in modi ben differenti da quelli ormai "canonici".

Prendiamo un dettaglio di Jurassic Park, apparentemente marginale.
In una scena, il guardiaparco di Hammond, Robert Muldoon dichiara che i Velociraptor sono "letali ad otto mesi, letteralmente letali". La frase in questione è una esplicita descrizione del tasso di crescita dei Velociraptor (perlomeno di quelli del film). Dichiarare che Velociraptor sia "letale" all'età di otto mesi, significa implicitamente affermare che i Dromaeosauridae sono interpretati come animali con un tasso di crescita molto elevato, che li porterebbe a raggiungere la maturità fisica entro un anno di vita. Non c'è altro modo per interpretare quella frase.
Una simile affermazione, in un film noto per essere stato progettato con una serie di consulenti scientifici, non può essere inventata di sana pianta: essa è chiaramente un dettaglio concordato e ispirato da qualche fonte presa come riferimento.
E, difatti, la fonte è abbastanza facile da reperire: Paul (1988). A pagina 155 di Paul (1988) c'è la frase generale che ispira l'affermazione di Muldoon, e nella pagina successiva l'esempio particolare che ispira il riferimento proprio ai Velociraptor.



Come è noto, i Velociraptor di Jurassic Park sono gli stessi animali che universalmente sono noti come Deinonychus antirrhopus, ma che Paul (1988), secondo la tassonomia idiosincratica di quel particolare autore, riferisce come Velociraptor antirrhopus.

Dimostrata la fonte letteraria da cui è tratta la frase nel film, sicuramente qualcuno si sta chiedendo se essa sia corretta, sul piano empirico. Deinonychus (e in generale, i Dromaeosauridae) crescevano e maturavano al tasso dichiarato da Muldoon (ovvero, da Paul 1988)?
Un simile tasso di crescita nei vertebrati terrestri è noto esclusivamente in un clade: Aves. Solo gli uccelli hanno tassi di crescita così elevati per cui lo stadio adulto è raggiunto prima del primo anno di vita. Non lo avete nei mammiferi né nei rettili odierni. Quindi, dato che gli uccelli sono dinosauri, parrebbe lecito estendere il tasso elevato di crescita degli uccelli anche ai Dromaeosauridae, che sono così prossimi agli uccelli come parentela. Tuttavia, il tasso elevato degli uccelli moderni non è un carattere ancestrale di Aves, quindi non è lecito estenderlo ai non-uccelli. Le analisi istologiche sulle ossa dei dinosauri non-aviani mostrano tassi di crescita più bassi di quelli degli uccelli moderni, e nessun dinosauro non-aviano mostra tassi così elevati come quelli di un moderno piccione o pollo. Ad esempio, l'olotipo di Mahakala, un dromaeosauride, è un esemplare subadulto, prossimo alla cessazione della crescita, le cui sezioni istologiche indicano morto ad almeno due anni di vita (Turner et al. 2007): se l'animale aveva due anni ed era ancora subadulto, è ovvio che non crescesse con il tasso elevatissimo degli uccelli moderni.

Pertanto, nessun Dromaeosauridae era "letale a otto mesi, letteralmente letale", né più ne meno di quanto lo possano essere un lupacchiotto o un coccodrillino di 8 mesi.
Ecco come una particolare concezione paleontologica del 1988, rivelatasi errata alla luce degli studi successivi, è nondimeno diventata parte della visione mainstream dei dinosauri nella prima parte del XXI secolo.

PS: il primo che commenta "ma è solo un film" è un idiota. Senza se e senza ma.

Bibliografia:

Paul, G.S. 1988. Predatory Dinosaurs of the World. Simon and Schuster eds.

Turner, A.H., D. Pol, J.A. Clarke, G.M. Erickson, and M.A. Norell. 2007. A basal dromaeosaurid and size evolution preceding avian flight. Science 317: 1378–1381.



12 settembre 2017

Innominabili debolezze mosasauroidi


La filogenetica è una complessa disciplina evoluzionistica. La ricostruzione delle relazioni filetiche tra organismi è un processo di indagine perlopiù arcano e ignoto anche alla maggioranza degli appassionati di scienze naturali. Quello che sovente è noto a molti è solamente la superficie nominalistica dell'edificio sistematico. Lo noto sopratutto a livello di appassionati online. Molti destreggiano nomi di cladi e li citano nei più disparati contesti. Ma quanti di questi taxo-nominalisti sono anche consapevoli di ciò che sta a monte dei termini che menzionano? A monte di ogni termine tassonomico ci sono i motori di ogni ricerca scientifica: i materiali ed i metodi. L'ignoranza dei materiali e dei metodi è ciò che caratterizza di solito il profano che parla di taxa, rispetto all'esperto. Non basta sapere che l'insieme di organismi X è chiamato "Taxon A", per essere conoscitori di tale insieme. Bisogna conoscere il perché ed il come tale insieme è stato riconosciuto come taxon.
La banalità dell'ultima frase è più apparente che reale, ed è più generale di quanto possa sembrare. Difatti, esistono differenti livelli di consapevolezza della "materialità e metodocità" di un clade. La frase che ho scritto in grassetto non è rivolta solo ai profani, ai taxo-nominalisti ed ai nomencla-troll, ma anche ai ricercatori. Ad esempio, quanto spesso lo studio sulla validità di un taxon è corredato da una serie di indagini volte a scovare la debolezza di tale clade? Di solito, noi ci soffermiamo sulla robustezza del clade, piuttosto che sulla sua debolezza. Esprimiamo tale robustezza in termini quantitativi, misurando quanto tale ipotesi sia confermata dai dati. Sul piano epistemologico (molto grezzo, lo ammetto), questo approccio equivale a misurare la verificabilità dell'ipotesi in base ai dati. Quanto spesso, invece, ci soffermiamo sul grado di falsificabilità di un'ipotesi? La faccenda in questo caso diventa molto sottile, a tratti sfuggente. Valutare la falsificabilità di qualcosa in scienze naturali è spesso rischioso. Orde di filosofi possono infatti discutere per giorni sul mero significato della parola "falsificabile". Ed io non voglio impelagarmi in tale palude (sia chiaro fin da ora a certi lettori, che a volte commentano convinti di essere su un blog di filosofia della scienza). Infatti, piuttosto che arrogare una pretesa epistemologica così forte, quale è il discutere di falsificabilità filogenetica, vi propongo un approccio molto più umile, modesto e pragmatico, sebbene collegato: indagare sui punti deboli di uno scenario filogenetico. Ovvero, propongo di indagare se e come un insieme di materiali-e-metodi usato per sostenere una struttuta filogenetica sia dotato di debolezze interne. Notate che sto parlando dell'insieme dei materiali-e-metodi, non dei soli materiali.
Tutta questa lunga premessa per introdurvi un articolo, pubblicato oggi su PeerJ, ed avente come autori Daniel Madzia (Istituto di Paleobiologia dell'Accademia delle Scienze di Varsavia) ed il vostro paleo-blogger (Madzia e Cau 2017). In questo studio, focalizzato sulla filogenetica, sistematica e tassonomia di Mosasauroidea, abbiamo indagato le debolezze del sistema di materiali-e-metodi attualmente in uso per sostenere Mosasauroidea. L'articolo è un esempio di come si possa analizzare la struttura filogenetica di un clade cercando di scovare quelle aree più deboli e quindi più interessanti, in quanto potenziali fonti di revisione significativa. Alla luce di questa indagine, noi proponiamo una revisione tassonomica e nomenclaturale di Mosasauroidea, che sia coerente con la storia tassonomica dei cladi finora definiti ma al contempo non sia eccessivamente suscettibile verso i "punti deboli" che abbiamo identificato nella struttura sistematica.
L'articolo è scaricabile liberamente dal sito di PeerJ.

Ringrazio Daniel, che mi propose questo progetto un paio di anni fa, con cui ho attraversato la lunga e laboriosa elaborazione e revisione di questo articolo.

Bibliografia:
Madzia D., Cau A. 2017 - Inferring ‘weak spots’ in phylogenetic trees: application to mosasauroid
nomenclature. PeerJ 5:e3782. DOI:10.7717/peerj.3782

01 settembre 2017

Ecco finalmente qualcuno che sa fare il suo dannato lavoro



Sì, lo so: sono snob, intollerante e ipercritico in merito alla paleoarte.
Resto dell'idea che il 90% della paleoarte che si vede di questi tempi sia brutta, inaccurata, triste e fastidiosa. Di quel 10% che si salva, il 7% manca di originalità, ma almeno si salva come realizzazione.
Ma quando mi capita di vedere della BELLA paleoarte, ecco che il mio cuore si apre.
Ecco un caso che mi è capitato di scoprire per puro caso.
Questa composizione di Jed Taylor intitolata "Dromaeosaurids" è sublime.
L'artista ha realizzato una gloriosa celebrazione della diversità dromeosauride, combinando taxa di dimensioni e morfologie differenti e scegliendo colorazioni e piumaggio estremamente realistici.
Guardate! Nessuno ha la bocca spalancata! Nessuno ruggisce, sbava o sgrana gli occhi!
Nessuno sembra un dinosauro nudo ricoperto di piume: questi sono animali genuinamente piumati. L'artista non ha dovuto immolarsi con quelle ostentate arruffature del piumaggio che molti suoi "colleghi" sentono il bisogno di realizzare (probabilmente indotti dall'ossessione di "ricoprire di piume" i loro animali), ed ha lasciato spazio a naturali livree analoghe a quelle che possiamo osservare negli uccelli odierni. Al tempo stesso, gli animali non sono stati appiattiti sullo stereotipo del "passerotto-raptor" con cui, purtroppo, una certa maniera paleoartistica ci sta abituando a vedere i paraviani.

Ma, sopratutto, questa opera ha il mio plauso perché rispetta fedelmente la Legge di Cau sulla Paleoarte dei Dinosauri! Cosa recita la Legge? La ripeto per l'ennesima volta:

SE NON SAI ILLUSTRARE LE MANI, EVITA DI ILLUSTRARE TUTTO IL RESTO!

Sì, la mani dei dinosauri (di tutti i dinosauri, non solo i theropodi), sono la parte peggio illustrata, più bistrattata e più costantemente sbagliata nella paleoarte dei dinosauri. Tutti si fissano a fare le teste più sbalorditive, le posture più esuberanti, e poi cadono rovinosamente quando si tratta di rappresentare tutto ciò che sta distalmente al gomito. Ho ormai la nausea dei vari ippopotamosauri, elefantopodi, coccodropodi, pupazzotitani e antropocheiri che vengono nascosti nelle braccia dei dinosauri illustrati...

Le mani dei dinosauri sono il più immediato e chiaro indicatore della competenza sia scientifica che artistica dell'illustratore. Ed è nei minimi dettagli posturali, composizionali e tegumentari che si coglie la bravura di questa ricostruzione di dromaeosauridi. Ciò è particolarmente vero considerando che l'artista ha mostrato gli animali frontalmente e non di lato.

Ma perché mi dilungo a spiegare queste cose? Non serve a nulla... Per ogni piccolo capolavoro come questo, ci sono montagne di dinosauri dozzinali, che sbavano, sgranano occhi, dimenano zampe prive di senso e di decenza...

Quindi, godetevi questo piccolo gioiello in un mare di cialtronaggine.

24 agosto 2017

Miti e Leggende Post-Moderne sui Dinosauri Mesozoici: La Caduta degli Dei

Una immagine a caso, cercando "dinosaur extinction" su Google...


L'iconografia dei dinosauri è prima di tutto una iconografia dei nostri pensieri.
Nessuno è stato nel Mesozoico per immortalare le scene che vediamo nelle rappresentazioni di paleoarte. La parte più paleo-radicale di me potrebbe chiosare con un "i fossili sono le mie foto del Mesozoico", ed avrebbe ragione. Ma in quanto tali, i fossili raramente mostrano direttamente la vita del passato. Nella maggiorana dei casi, i fossili sono sbiadite fotografie consumate di momenti di morte (scheletri, bonebed), o ambigue impressioni di attività vitale (piste di impronte, tracce di morsi). Eventi a scala globale non lasciano tracce fossili "dirette", ma sono interpretati alla luce di ampie successioni geologiche depositate in lunghi intervalli di tempo, da noi analizzate, correlate, comparate.
Non esiste il "fossile dell'era glaciale", ma esistono numerose associazioni geologiche interpretate come prodotto di antiche fasi glaciali durate per secoli. Sebbene non esiste il fossile di una era, esiste il fossile di un evento. E se tale evento fu talmente potente e catastrofico da produrre tracce durature nelle serie geologiche, forse ha senso immaginare tale istante epocale. Parlo ovviamente del giorno più triste dell'intera storia della Terra, il giorno in cui finì il Mesozoico. Il giorno in cui un bolide interplanetario impattò con la Terra sterminando il 70% delle specie viventi allora.

Ah! Ci sono cascato! Eccola, la narrazione epica, il ricorso alla drammatizzazione scenica. Ed eccoli, tutti i miei lettori che nel leggere le ultime due righe qui sopra hanno sicuramente immaginato un gigantesco pezzo di pietra pomice che si avvicina al Golfo del Messico, una enorme palla di fuoco in cielo, dinosauri che si contorcono nell'agonia, l'inverno nucleare e il mammifero "a forma di topo", scampato al disastro, che esce dall'orbita vuota del cranio del T.rex.

Insomma, sono sicuro che la maggioranza di voi abbia immaginato almeno una delle scene che ho elencato. Non possiamo farci nulla, siamo figli della nostra epoca. E nella nostra epoca, la fine del Mesozoico ha una iconografia e scenografia canonica. Il Grande Cataclisma Cosmico con Venature Morali e Finale Aperto. Questo dramma ha vari nomi popolari: "il meteorite che uccise i dinosauri", "l'asteroide dell'apocalisse" e via dicendo.

In questo post, mi soffermo su alcune immagini ormai classiche di questa iconografia apocalittica, per capire quanto siano realistiche. Se lo sono.

Il bolide.
In realtà, non è chiarissimo che oggetto abbia impattato con la Terra formando il famoso cratere nello Yucatan. Esiste una ampia varietà di corpi vaganti nel Sistema Solare che possono ambire a quel ruolo, con forme, tessiture, colore e struttura molto diverse. Eppure, la grande maggioranza delle rappresentazioni è canonizzata in un oggetto vagamente ovoidale, compatto e roccioso, ma dai margini relativamete levigati, di colore grigio e butterato da vari crateri. Insomma, un pezzo di pietra pomice, ma del diametro di 10 km.
Quella della Grande Pomice che uccide i dinosauri è una delle prime costruzioni iconografiche che assumiamo senza critica. Ma sarà proprio quella la forma del bolide? Probabilmente, no.

L'arrivo del bolide (testa)
Nelle rappresentazioni video dell'impatto della fine del Mesozoico, si vede quasi sempre una immagine della Terra tardo-maastrichtiana sullo sfondo, ed il nostro minaccioso bolide - in primo piano - che corre via dall'osservatore, ed in rotta di collisione con il nostro pianeta. La scena spesso è didascalica fino al ridicolo: il bolide punta dritto verso il Golfo del Messico, il quale fronteggia il proiettile cosmico ben prima del fatidico impatto.
In pratica, la rappresentazione canonica afferma che la Grande Pomice era su un'orbita praticamente perpendicolare al punto di impatto. Quanto è realistica una simile rappresentazione? Non sarebbe più plausibile che la traiettoria del bolide non fu così accuratamente perpendicolare al pianeta Terra nel suo punto di impatto? Insomma, non vorremo credere che un corpo celeste dotato di propria orbita colpisca la Terra come farebbe una palla di piombo gettata dalla Torre di Pisa...

L'arrivo del bolide (coda)
Altro stereotipo iconografico e scenico nella fase di collisione con la Terra, è la presenza di una scia più o meno voluminosa di detriti che formano una "coda" del bolide. Questa rappresentazione pare alludere ad un qualche attrito tra il bolide ed il mezzo circostante, che eroderebbe il bolide trascinandosi dietro frammenti rallentati dall'attrito. Peccato che tutta la scena avvenga nel vuoto interplanetario, dove l'attrito è nullo. E comunque, se anche il bolide si frammentasse a ridosso della Terra, ogni suo frammento continuerebbe a muoversi con la velocità di prima, e non sarebbe rallentato né formerebbe una scia di coda, ma anzi, accellererebbe assieme a tutti gli altri, per attrazione gravitazionale dell'imminente pianeta Terra.

L'attraversamento dell'atmosfera terrestre
Questa è, tra tutte le bufale classiche legate all'iconografia della fine del Mesozoico, quella che preferisco. Ecco, ora che la Grande Pomice è vicinissima alla Terra, l'inquadratura cambia: non più esterna al pianeta, ma a ridosso, se non direttamente a livello della superficie terrestre. Ecco, vediamo il bolide che arriva, a velocità pazzesca, nell'atmosfera. Penetra l'atmosfera, lasciandosi dietro una scia bianchissima ed incandescente. Se prima, nel vuoto cosmico, la presenza di una scia prodotta dall'attrito non aveva alcun senso, ora possiamo ammettere che all'interno dell'atmosfera l'attrito con l'aria produca sia frammenti incandescenti che una scia di coda rallentata dall'attrito.
Peccato che ci sia un "ma". Un "ma" dimensionale.
Il bolide che sta impattando con la Terra ha un diametro stimato sui 5-10 km e viaggia a molte migliaia di km all'ora. L'atmosfera terrestre (la troposfera) ha un diametro uno spessore di 10 km, ovvero, lo stesso ordine di grandezza del bolide. Con qualsiasi inclinazione voi facciate impattare il bolide, esso non farebbe in tempo a toccare la superficie terrestre con la sua estremità anteriore che la sua estremità posteriore sarebbe ancora fuori dall'atmosfera.
Ovvero, nessuna scia nell'atmosfera: non c'è né spazio né tempo per generarla.
Eppure, abbondando immagini del bolide che attraversa l'atmosfera come se questa fosse almeno 10 volte più spessa della Grande Pomice.

L'impatto.
L'impatto tra un corpo di quelle dimensioni e la Terra è difficile da immaginare. Il buon senso ci dice che a quella scala di dimensioni, masse ed energie cinetiche, qualsiasi analogia con esplosioni o impatti tradizionali è irrealistico. Eppure, tutti tendono a mostrare l'impatto come se fosse una palla di cannone contro un deposito di benzina. Una enorme palla di fuoco, con tutto che viene vaporizzato e scagliato intorno al punto di impatto. Ma da quale distanza sarebbe realistico osservare una simile esplosione senza restare inceneriti? Da terra, probabilmente ad una distanza di molte migliaia di chilometri. Ma siccome la Terra è sferica, a quella distanza non si vedrebbe nulla, perché l'impatto sarebbe ben oltre l'orizzonte. Quindi, da Terra nessuno può realisticamente osservare un impatto del genere "all'orizzonte". Quelli sufficientemente vicini da poter vedere l'impatto probabilmente sarebbero disintegrati dal calore dell'impatto stesso prima ancora che questo sia arrivato a toccare la superficie terrestre. Ovvero, la scena dei dinosauri che pascolano mentre all'orizzonte si schianta il bolide andrebbe sostituita con una unica schermata bianca luminosissima.

Il pathos degli ultimi dinosauri
Anche se ho appena rimarcato che nessuno potrebbe realisticamente osservare la caduta di quel bolide, la maggioranza delle rappresentazioni dell'impatto mostra i dinosauri che sono emotivamente coinvolti nella consapevolezza della loro imminente estinzione. Un classico di queste iconografie è il T.rex che ruggisce verso il bolide (che sta attraversando l'atmosfera...), come se un animale con il cervello di un coccodrillo sia consapevole che in quel momento sta cadendo un oggetto proveniente dallo spazio interplanetario, attraversando l'atmosfera a velocità pazzesca, per porre fine a 160 milioni di anni di dominio del suo clade.
Altro stereotipo, più pacchiano, è quello che mostra un numero variabile di dinosauri (di solito patetici non-theropodi smidollati che non osano ruggire) che scappano terrorizzati verso l'osservatore, mentre sullo sfondo si sprigiona l'energia dell'impatto. Anche in questo caso, è una scena totalmente irrealistica. Non solo perché, come ho detto prima, chi si trovasse dentro l'orizzonte dell'impatto sarebbe incenerito prima ancora che l'impatto vero e proprio abbia luogo, ma sopratutto perché è improbabile che degli animali siano presi dal panico per il solo illuminarsi del cielo e "sappiano" in quale direzione tentare una vana fuga. La reazione classica degli animali di fronte ai lampi improvvisi di luce è di paralizzarsi, come avrà imparato chiunque abbia investito un gatto con la propria auto di notte, perché questo si era immobilizzato, accecato dai fari.

Ma, evidentemente, i dinosauri sapevano che quella era la loro fine e si lasciarono andare alle più patetiche delle sceneggiate melodrammatiche...