31 luglio 2013

Tra MuSe, Lavini e Atelier

Lo scorso fine settimana sono stato in giro per il Nord Est italiano, dove ho visitato due mostre, antitetiche nella forma e nelle intenzioni, ma ugualmente interessanti, e nell'intermezzo ho fatto un giro per il Giurassico.

Sabato 27 luglio, a Trento è stato inaugurato il MuSe, il Museo delle Scienze. Assieme ad una nutrita schiera di paleo-amici, tra cui il Presidente dell'APPI Alessandro Carpana, Davide Bonadonna (che ha realizzato una serie di opere e materiale didattico nella sezione paleontologica del MuSe), Fabio "Agathaumas" Manucci, Sandro "Iguanodontia" Marisa, e Marco Auditore, sono stato uno delle migliaia di visitatori dell'enorme struttura museale.
Davide Bonadonna (di cui si intravede un'opera sullo sfondo a sinistra) e Fabio Manucci di fronte al calco composito di Sinosaurus triassicus esposto al MuSe (foto di Davide Bonadonna).

Il mio giudizio, o perlomeno, la sensazione che ho provato durante la visita, è ambigua e contraddittoria, e probabilmente è influenzata più dal contesto di "inaugurazione di massa" piuttosto che dalla effettiva struttura del MuSe. Non nego che, se in futuro visiterò il MuSe con più calma, senza la ressa delle migliaia di visitatori e le ristrettezze di tempi e movimento imposte - necessarie per gestire una folla così grande - riuscirò a cogliere meglio tutto il progetto ed il senso che gli ideatori e organizzatori hanno voluto infondere alla loro creatura. Per ora, e mi spiace molto scriverlo, il MuSe mi ha dato sopratutto un senso di disorientamento (a tratti, di vero stordimento, data la generale predominanza di spazi vuoti che si proiettano lungo l'intero volume a più piani della struttura, le scalinate minimali e la quasi esclusiva presenza di vetrate al posto delle pareti. Gli architetti a volte dimenticano che esistono anche "barriere archittoniche" non fisiche ma sensoriali, dovute alla sensibilità delle persone, che in uno spazio così "vacuo" possono restare disorientate). Ripeto: voglio rimarcare che questa sensazione è probabilmente l'effetto contingente della giornata inaugurale, e sono aperto all'idea che con una seconda visita, lontana dalle rigide imposizioni dell'inaugurazione e libera dalla folla eccezionale del primo giorno, il MuSe mi apparirà per la sua vera natura.
Detto ciò, il museo è affascinante, di sicuro impatto visivo, ma, temo, non è stato ideato per un visitatore "tecnico" come me. Ho rimarcato questa sensazione anche con uno dei paleontologi del MuSe, Massimo Bernardi, che ho avuto il piacere di conoscere e col quale ho scambiato qualche parola nella sala paleontologica: il MuSe è probabilmente un museo "popolare", ma non è particolarmente "utile" per un ricercatore scientifico. Perlomeno, così appare nella sua versione "espositiva". Ad esempio, tutti gli esemplari paleontologici esposti sono calchi articolati, non sono fossili originali e separati. Forse le impronte esposte sono genuine, ma tutti gli scheletri (il mio campo principale di studio) sono copie di esemplari originali custoditi altrove. Ciò non rappresenta di per sé un problema, a patto che il MuSe disponga della documentazione dettagliata degli esemplari originali (provenienza, età, numero di catalogo dell'originale, lista delle parti "originali" e di quelle "estrapolate"), necessari per una consultazione "tecnica", che non può limitarsi ad osservare gli oggetti, ma deve avere informazioni precise su cosa stia osservando (per poter valutare se ciò sia scientificamente significativo). Mi è stato garantito che qualora fossi interessato a visionare gli esemplari (in particolare uno scheletro completo basato sui resti di Sinosaurus triassicus, ovvero, Dilophosaurus sinensis) potrò accedere al materiale, quindi resto aperto in futuro a valutare questo aspetto relativo al materiale.
Nel complesso, tralasciando da parte le mie esigenze tecniche di paleontologo, il MuSe merita di essere visitato, quindi suggerisco a chi si recherà a Trento anche per altri motivi di non perdere l'occasione.


Pista di sauropode (foto di Marco Auditore).

La mattina del 28 luglio, ho approfittato della vicinanza a Trento del famoso sito a orme di dinosauro dei "Lavini di Marco", presso Rovereto, per una breve escursione con Fabio, Marco e Sandro. Il sito rappresenza una piana tidale di età liassica (Giurassico Inferiore), nella quale sono preservate orme di neotheropodi di taglia medio-piccola e di sauropodi basali. Avevo già visitato il sito, in passato, ma è sempre un piacere attraversare questo tratto di Giurassico, specialmente al mattino presto, quando la luce radente del sole rimarca le tracce fossilizzate.

Nelle mie mani, il quadro originale su Aurornis! Sullo sfondo, a destra, dettaglio del quadro su Tataouinea; in alto a sinistra, dettaglio del quadro su Sauroniops. (Immagine modificata da foto di Emiliano Troco).

La sera del 28 luglio, mi sono recato a Cividale del Friuli, assieme a Fabio Marco Dalla Vecchia e Matteo Fabbri (miei co-autori negli articoli su Sauroniops), per fare una visita a Troco, il quale ci ha introdotto in esclusiva all'interno della sua mostra, oltre che nel suo atelier, dove ho finalmente visto dal vivo il quadro su Aurornis e quello su Tataouinea.
Limitare Troco alla sua produzione paleo-artistica è estremamente riduttivo. Su Theropoda ho mostrato in varie occasioni la sue opere paleontologiche, specialmente quelle frutto della collaborazione con me, e che hanno costituito la "colonna iconografica" di alcune mie ricerche. Tuttavia, Troco è molto più che le sue tele sul Tempo Profondo, e sono convinto che molti di voi resteranno colpiti dalle sue opere non-paleontologiche allo stesso modo con cui, sicuramente, apprezzate i suoi dinosauri e le sue ammoniti. 
Io non sono qualificato per parlare di arte, e piuttosto che esprimere una banale opinione personale preferisco spronarvi a visitare Cividale del Friuli (bellissima cittadina non lontana dal confine sloveno), e l'atelier di Troco.

27 luglio 2013

Coming Soon: Megaraptora è un clade di Tyrannosauroidea?

Canardia garonnensis (Prieto-Marquez, Dalla Vecchia, Gaete e Galobart 2013)

Continua la serie di contributi italiani alla paleontologia dei rettili mesozoici, a riprova della straordinaria attività e impegno di ricerca che stiamo vivendo!

Sono in partenza per Trento, dove, assieme ad altri paleo-amici parteciperò all'inaugurazione del MuSe, ma non prima di aver fatto i complimenti all'amico Fabio Marco Dalla Vecchia, coautore della descrizione ed istituzione di un nuovo hadrosauride europeo, Canardia garonnensis, dal Cretacico terminale dei Pirenei.

Bibliografia: 
Prieto-Márquez A, Dalla Vecchia FM, Gaete R, Galobart À (2013) Diversity, Relationships, and Biogeography of the Lambeosaurine Dinosaurs from the European Archipelago, with Description of the New Aralosaurin Canardia garonnensis. PLoS ONE 8(7): e69835. doi:10.1371/journal.pone.0069835

26 luglio 2013

Spinosaurus litteralis

Continua la mia serie di post sulla interpretazione, speculazioni, fantasie, bufale e leggende metropolitane su Spinosaurus.
Nei post precedenti ho mostrato come le speculazioni su questo theropode siano molto limitate, e riconducibili ad un singolo paradigma: "Spinosaurus è una versione isometrica di Baryonyx, grande il doppio di Baryonyx, e identico a Baryonyx nelle parti non preservate". Chiamo quella versione: Spinosaurus-ortodosso. Dal punto di vista scientifico, Spinosaurus-ortodosso è molto semplicistico. Per due motivi:
- Non esiste motivo logico per cui le parti non-note di Spinosaurus siano copie di quelle in Baryonyx. Il fatto che i due taxa siano differenti nella forma del rostro, nel numero dei denti, nella forma e ornamentazione dei denti, nella forma delle vertebre dorsali (non solo a livello delle spine neurali, anche a livello delle laminazioni dell'arco neurale), suggerisce che i due animali non fossero molto simili nell'aspetto generale. I sostenitori di Spinosaurus-ortodosso dovrebbero applicare una versione paleontologica stretta dell'inferenza filogenetica, per "creare" il loro animale, invece di limitarsi a raddoppiare Baryonyx.
- Le ipotetiche differenze di dimensioni, di dentatura e di condizioni ambientali, suggeriscono ecologie e morfologie differenti. Pare assurdo che animali così differenti nei caratteri conosciuti e comparabili siano poi "identici" nel resto del corpo (che resta sconosciuto).

Propongo qui una nuova interpretazione, che è al tempo stesso sia "radicale" che "conservatrice", una versione LETTERALE del record fossile di Spinosaurus, basata quindi sui seguenti dati:
- Spinosaurus è noto solo da cranio e vertebre.
- Spinosaurus ha adattamenti piscivori e si rinviene associato a pesci.
- Non esistono arti di Spinosaurus.

L'ultimo punto è veramente enigmatico: si tratta di un difetto della documentazione paleontologica o un dato REALE? E se effettivamente, Spinosaurus non avesse avuto arti? Forse, Spinosaurus aveva ridotto le sue zampe, ormai inutili per un animale acquatico, congruente con le sue caratteristiche mandibolari e dentarie, congruente con gli studi isotopici sui denti, che paiono avvalorare una maggiore propensione a vivere in acqua rispetto agli altri theropodi.
Forse. O forse no. Forse, come assumiamo sempre, l'assenza di arti è dovuta a fattori tafonomici: i denti e le mandibole si sono preservati, mentre gli arti non si sono fossilizzati.

Oppure ci stiamo sbagliando? 
E se Spinosaurus fosse tornato in acqua, come altri rettili marini mesozoici?
In attesa di avere dati sullo scheletro appendicolare di Spinosaurus, quanto è plausibile questo "Spinosaurus litteralis"?

Questa ricostruzione è valida quanto quelle che circolano online...



Come in tutti i casi precedenti, questa speculazione gratuita vale quanto tutte le altre fantasie che circolano in rete.

22 luglio 2013

The Art (and Science) of Emiliano Troco


Systema Naturae
Ambienti senza confine

Lo schema, la categoria, la parola, sono tutti sistemi di semplificazione utili a ragionare sulla statistica, sul valore medio, su cosa succede normalmente facendo questo e facendo quello.
Il pensiero stesso, frutto dell'evoluzione del nostro cervello (evoluzione sia genetica che memetica1), funziona proprio basandosi sulla semplificazione dei fenomeni percepiti con i sensi (frutto anch'essi dell'evoluzione).
Tuttavia questa stessa semplificazione e categorizzazione rende in realtà corrotto e invalido il ragionamento, o meglio, il ragionamento rimane valido solo accettando come verità le categorie di partenza.
Nell'andare a stabilire cosa stia dentro o fuori da una categoria però, compiamo una forzatura, una presa di posizione, nonchè una interpretazione della realtà.
Ma soprattutto il grande crimine intellettuale inizia stabilendo grande differenza tra ciò che sta dentro e ciò che sta fuori ad una categoria.
Pensiamo al discorso della maggiore età: a 18 anni si è maggiorenni, pertanto la categoria maggiorenne va dai 18 anni all'infinito. Quale è l'ovvia conseguenza di ciò?
Che si dà un valore di somiglianza a un 18enne e un 90enne, mentre si dà un valore di differenza a un 17enne e un 18enne.
Oppure, tanto per avvicinarci ai temi da me affrontati in pittura, si fa enorme differenza tra un Homo erectus e un Homo sapiens mentre si fa molta meno differenza tra uno scoiattolo e un cavallo, in nome di una categoria discriminante temporale: la Preistoria, o meglio il Tempo Profondo2.
Oppure ancora, in questa precisa mostra, il vero soggetto ad essere percepito alieno è probabilmente il pianeta Giove, facendoci notare come la categoria "Pianeta Terra" sia a noi più cara della categoria "Sistema Solare" per ovvi motivi.
In realtà ad una analisi oggettiva in tutto questo non c’è ancora la vera ingiustizia intellettuale. Il crimine avviene più tardi, quando nell'evoluzione culturale (memetica) le categorie di partenza, create per un preciso scopo, prendono il largo (deriva culturale3) e vengono utilizzate in senso lato anche per altri scopi, oppure semplicemente il tempo che passa rende aliena la categoria concepita per un mondo che ormai non è più così. Ed è in questo punto che la categoria inizialmente utile può divenire finalmente pericolosa.
Essa si allontana da ciò che io definisco buon-senso, una cosa che la società del futuro dovrà riscoprire al più presto prima di soccombere a se stessa. Il buon senso è uno strumento naturale gratuito di cui siamo dotati che contiene in sè concetti di gradazione e intuito sociale. Sfruttarlo ed incanalarlo nella giusta direzione (ovviamente nudo e crudo mal si adatta ad una società già evoluta) sarà il compito dei politici del futuro.

Le opere presentate in questa mostra sono un altro esempio.
Se soprassediamo sulla categoria "dipinti", inevitabile, vedremo subito come i soggetti rappresentati siano difficilmente riconducibili a una specifica categoria dall'uso quotidiano.
Eppure il collegamento è semplicissimo: espressioni ambientali.
Giove è un'espressione ambientale, così come lo è il Sivatherium del Pliocene. Così come può esserlo una colonia di stromatoliti del primo Archeano, oltre tre miliardi di anni fa. Così come lo è un rotolone per l'irrigazione di progettazione francese.
Questo vuole essere il mio messaggio: tutto è collegato, tutto è natura, incominciamo ad abbandonare i nostri schemi antropocentrici che ci impediscono di imparare ed apprezzare la disarmante semplicità della vita e dell'evoluzione, l'unico pensiero filosofico veramente degno di tale nome4 , che ebbe il suo debutto in società 200 anni fa (con padre Darwin) ma che continua a rimanere pericolosamente in sordina.
E’ un vero peccato perchè ne va della nostra religiosità:
non potendo più infatti le religioni reggere il confronto con un'epoca di globalizzazione (in cui competono tra di loro con ritmi accelerati facendo vincere le più adatte ad essere replicate, secondo processi squisitamente memetici essendosi perso il controllo verticizzato) e di verità scientifiche è proprio lì che dobbiamo incanalare i nostri sentimenti di religiosità se non li vogliamo perdere: una religiosità naturalistica, e vi assicuro è una religiosità assai più profonda, consapevole, matura e appagante.
Certo, rimane l'alternativa della dolce ignoranza ingenua, ma non è un bel vedere nel 2000 inoltrato.
Per concludere, una nota doverosa: mi rendo perfettamente conto come non sia cosa facile proporre una visione della vita evoluzionistica all'improvviso senza una preparazione lenta e profonda. Noi siamo nati per credere5 , i nostri sensi sono stati forgiati dall'evoluzione in funzione di un certo tipo di mondo (i nostri sensi ci fanno percepire la terra come piatta e le stelle in orbita attorno a noi)6 e la scienza non ha fatto altro che dirci continuamente: siamo inadatti a percepire il mondo, la realtà è un'altra. Il fatto è che la scienza utilizza nuovi sensi, che non ci appartengono, il paragone si potrebbe fare con gli squaliformi ad esempio, il loro senso dei campi elettrici, localizzato in poche cellule sul muso, gli fa percepire il mondo in maniera molto diversa da come lo percepiamo noi, possono ad esempio percepire le prede nascoste sotto la sabbia, immaginiamo di possedere all’improvviso un senso come quello, non contemplato dai nostri istinti. Il nostro cervello si è evoluto assieme ai nostri cinque sensi, pertanto un nuovo sesto senso artificiale (come ad esempio l'indagine satellitare o lo studio del dna), che non è proprio un senso senso ma una amplificazione articolatissima dei pochi di cui siamo dotati (alla fine continuiamo a percepire le immagini con gli occhi), si trasforma in "sapere cose che non dovremmo sapere” e ci fa sobbalzare ogni volta. Richiede anni e a volte secoli per normalizzare le nuove scoperte, e ogni volta che nasciamo abbiamo bisogno dell'istruzione per imparare e normalizzare le conquiste intellettuali, poichè nasciamo sempre azzerati, con la forma base di Homo sapiens adatto per vivere ai margini del Pleistocene. L’uomo è fatto per essere curioso, per scoprire e inventare ma anche per essere tradizionalista, abitudinario e conservatore.
Quello che voglio dire, e concludo, è che io non sono troppo a favore dei ritmi con cui avvengono le nuove scoperte7, poichè ogni scoperta ha bisogno di tempo per essere assorbita, ma mi rendo anche altrettanto conto che una volta avvenuta una scoperta è sbagliato nascondere la testa sotto la sabbia. Quello che si sa va divulgato. Fare finta di niente non è segno di coraggio, anche perché prima o poi la verità torna sempre a galla. Quello che posso dire è solo che spero che in futuro la ricerca scientifica non venga, diciamo, proibita, ma solo un po' rallentata in modo che segua dei ritmi di apprendimento più umani.

Emiliano Troco



(1) "La macchina dei memi" di Susan Blackmore 1999. Semplificando "meme" è l'unità culturale corrispondente a "gene" in biologia. Il termine è stato coniato per la prima volta da Richard Dawkins ne "Il gene egoista" nel 1976. Francesco Ianneo con "Memetica" compie una buona sintesi dell'argomento nel 2005.

(2) In realtà qui sta celata anche una categoria nascosta: la visione creazionistica del mondo, quindi la negazione dei principi dell'evoluzione.

(3) Per deriva culturale voglio intendere un fenomeno memetico paragonabile alla deriva genetica in natura, ovvero una mutazione autoselettiva, priva di addentellati con la funzionalità ambientale.

(4) Io ritengo che qualsiasi filosofia storica o contemporanea non sia valida se non contiene parte del pensiero neodarwinista o almeno un embrione di collegamento con esso, dal momento che tutta la filosofia possibile (economica, sociale, storica, religiosa, etc) parla della vita dell'Homo sapiens, e la vita dell'Homo sapiens è spiegabile unicamente su solide basi evoluzionistiche.

(5) "Nati per credere" di Pievani-Girotto-Vallortigara, 2008.

(6) “Un burka smisurato”, ultimo capitolo de “L’illusione di Dio” di Richard Dawkins, 2006.

(7) Intendo soprattutto le scoperte di facile applicazione socio-tecnologica, le scoperte paleontologiche e astronomiche difficilmente portano a sconvolgimenti sociali, più rischiosi sono i campi della genetica e dell'informatica ad esempio (ma questa divisione netta in categorie è proprio ciò che non dovrei fare, ecco dunque un esempio della funzione del buon senso!)


21 luglio 2013

Spinosaurus, un theropode gigante sauropodo-mimico [Aggiornamento]

Uno scienziato deve riconoscere i propri errori e farne ammenda. 
Le mie stime sulle dimensioni di Spinosaurus erano sbagliate. Non ho problemi ad ammetterlo.
I presupposti delle mie stime erano fallaci e capziosi, inconsistenti e sopratutto non logici.
Spinosaurus è un theropode molto peculiare, e tale peculiarità richiede una spiegazione scientifica. Ho riflettuto a lungo sulle sue caratteristiche bizzarre ed inconsuete, e sono giunto alla conclusione che Spinosaurus fosse un theropode "sauropodo-mimico".
Ecco i dati:
Il rostro di Spinosaurus è molto allungato, ma relativamete stretto e leggero, come in tutti i theropodi con collo allungato. In ciò, esso ricorda anche i sauropodi.
Le narici ossee sono arretrate. Come i sauropodi.
La regione del basicranio ha una marcata curvatura ventrale (basandomi su Baryonyx e Irritator) che ricorda il cranio dei diplodocoidi.
I denti non sono seghettati, ma a sezione subcircolare. Come i diplodocoidi.
Le vertebre sono tutte molto allungate. Pertanto, la colonna vertebrale era relativamente lunga. Come i sauropodi.
Le spine neurali sono molto alte. In ciò, ricordano i sauropodi, in particolare alcuni diplodocoidi, e probabilmente servivano da ancoraggio per lunghi muscoli assiali che fungevano da tiranti per un corpo molto allungato.

Alla luce di queste evidenze, è ragionevole ipotizzare che Spinosaurus avesse un collo molto lungo rispetto agli altri grandi theropodi, un torace ampio e allungato, e quindi una lunghissima coda che bilanciava la parte anteriore del corpo.
Spinosaurus, pertanto, doveva essere lungo più di 20 metri, probabilmente 23 metri e mezzo. Con una massa superiore alle 15 tonnellate, i suoi arti posteriori dovevano essere relativamente corti ma colonnari, dato che è impossibile per un theropode di quelle dimensioni mantenere la tipica postura piegata a livello di ginocchia e caviglia. Pertanto, i piedi erano corti ma ampi per sostenere il peso enorme.
Questo era Spinosaurus! Chi non condivide questa ricostruzione e si ostina a ricostruirlo come "un Baryonyx di 17 metri", sbaglia in pieno e non rende conto delle evidenze che ho elencato. Bisogna essere coerenti e andare fino in fondo con le implicazioni delle proprie argomentazioni: non ha senso ricostruire un animale così grande aumentando ingenuamente "in scala" animali lunghi la metà: l'allometria a quelle dimensioni impone delle inevitabili trasformazioni nelle proporzioni di testa, collo, arti e coda.

Ovviamente, questa ricostruzione è valida tanto quanto qualsiasi altra speculazione gratuita che circola in rete...

Aggiornamento del 22 luglio 2013: 
Un lettore mi informa che Don Lessem si è spinto persino oltre la mia speculazione. 

20 luglio 2013

Yutyrannus è l'adulto di Dilong? [Aggiornamento]

Comparazione tra la ricostruzione del cranio di Dilong e quella di Yutyrannus (non in scala). Possibile che le differenze tra i due animali siano meramente dovute al fatto che stiamo osservando stadi ontogenetici di uno stesso taxon?
Dobbiamo sempre di più tenere a mente che i dinosauri sono caratterizzati da drammatiche trasformazioni durante la loro ontogenesi, e che tanto più grande è l'adulto, tanto più drammatica sarà la differenza rispetto al suo stadio giovanile. Nei theropodi questo tema è stato finora poco trattato, ma ha importanti implicazioni, specialmente quando esemplari giovanili non vengono riconosciuti come tali e considerati come taxa di piccola taglia. 
Da tempo sto valutando se taxa relativamente affini filogeneticamente e simpatrici siano effettivamente stadi ontogenetici di un unico taxon, e come affrontare questo problema in Megamatrice. Non sto affermando che ciò sia valido sempre, ma nondimeno ritengo sia saggio prendere in considerazione questa eventualità ogni volta che ci imbattiamo in casi come quello che sto per discutere.
Dilong e Yutyrannus provengono entrambi dalla Formazione Yixian della regione di Beipiao, in Cina. I due animali sono tyrannosauroidi basali, e condividono numerose sinapomorfie di questo clade. La differenza più evidente tra i due taxa è la dimensione corporea, dato che Yutyrannus è almeno 5 volte più grande linearmente di Dilong. I due taxa sono diagnosticabili per numerosi caratteri del cranio e del postcranio, che apparentemente permettono di distinguerli in modo immediato
Tuttavia, è indubbio che per gli "standard tyrannosauroidi" l'aspetto di Dilong sia molto "giovanile", e ciò solleva il dubbio se quel taxon possa essere basato su un individuo immaturo. Nasce quindi spontanea la domanda: e se tutte le differenze tra Dilong e Yutyrannus fossero dovute solamente a differenti stadi ontogenetici, i suoi esemplari potrebbero appartenere ad un unico genere (che per il principio di priorità sarebbe Dilong)? 
Ad esempio, comparato a Yutyrannus, Dilong ha la cresta nasale meno estesa e meno sviluppata, una fossa antorbitale meno espansa, un minor numero di recessi nasali e antorbitali, l'orbita più ellittica, la finestra infratemporale meno compressa: queste sono tutte caratteristiche tipiche dei tyrannosauroidi giovanili rispetto agli adulti.
Altri caratteri, specialmente nel postcraniale, sono più problematici da interpretare. La scapola, ad esempio, è relativamente più tozza e robusta in Dilong rispetto a Yutyrannus. Pertanto, è possibile che esistano differenze non riconducibili a condizioni ontogenetiche.
Dato che esistono tre esemplari di Yutyrannus e due di Dilong, sarebbe interessante confrontare tutti e cinque gli esemplari nel dettaglio, per vedere se e come le morfologie dei vari esemplari si discostino da un'eventuale "serie di crescita" comprendente tutti e cinque gli esemplari*.

Ripeto: NON sto affermando che Yutyrannus sia effettivamente un sinonimo junior di Dilong; qui mi limito a sollevare un dubbio, come ipotesi di lavoro per chi fosse in condizione di studiare il materiale. Come ho scritto all'inizio del post, sarebbe interessante valutare nel dettaglio questa eventualità, invece di sottovalutarla. 
Ad esempio, come prima indagine, sarebbe interessante stabilire lo stadio ontogenetico dei due esemplari di Dilong.

*Un'altra eventualità, alternativa a questa, ma comunque ugualmente da testare, è se Sinotyrannus sia l'adulto di Dilong.

AGGIORNAMENTO:
 Ho provato a comparare le misure di alcune ossa degli esemplari di Dilong e Yutyrannus per vedere se emerge qualche segnale. Anche se il campione di esemplari è probabilmente troppo piccolo per essere statisticamente rilevante, è comunque interessante constatare che a livello di dimensioni di scapola, omero, tibia e metatarso ci sia una correlazione tra le parti. Ciò non conferma automaticamente la sinonimia, ma comunque mostra che essa non viene smentita.

AGGIORNAMENTO #2:

I risultati appena ottenuti devono essere presi come ambigui: difatti, se compariamo le misure di tutti i coelurosauri basali presenti nella Formazione Yixian (tyrannosauroidi e taxa di grado-compsognathide) risulta che tutti tendono a seguire una curva simile: ciò può essere il segno di una condizione simplesiomorfica (il bauplan coelurosauriano basale) piuttosto che indicare una sinonimia tra Dilong e Yutyrannus, dato che appare molto improbabile che tutti questi taxa siano differenti stadi ontogenetici di una singola specie. Nondimeno, limitandoci ai Tyrannosauroidea, ciò non esclude che essi siano conspecifici, e che quindi, a maggior ragione, tendano ad allinearsi. La questione, pertanto, è da vagliare in base ad indagini sullo stato ontogenetico degli esemplari e sulla eventuale condivisione si autapomorfie non influenzate dall'ontogenesi.

19 luglio 2013

Le braccia degli abelisauridi erano esposte?

Ricostruzione di Carnotaurus con gli arti anteriori inclusi nel tessuto muscolare e dermico del torace e non esposti liberamente (immagine modificata da opera di Xing e Liu).
Gli arti anteriori degli abelisauridi sono noti per essere ad un grado di atrofizzazione molto avanzato. Molti, sia appassionati che paleoartisti, non si rendono conto di quanto atrofico fosse il braccio degli abelisauridi, e difatti abbondano numerose ricostruzioni, molto scorrette, nelle quali questi theropodi presentano arti che, per quanto piccoli dimensionalmente, appaiono erroneamente "funzionanti", spesso con tanto di dita mobili ed artigliate. Ciò non corrisponde al dato dei fossili: negli abelisauridi, le mani avevano poche falangi, tutte prive di faccette articolari (indice di assenza di mobilità), nessuna falange fungeva da vero e proprio ungueale, i metacarpali erano ugualmente ridotti, i carpali non erano nemmeno ossificati, l'avambraccio era tozzo e lungo meno di 1/3 dell'omero, e l'omero stesso, cortissimo rispetto alla gamba, aveva una testa globosa per articolare con l'ampio scapolocoracoide, una diafisi del tutto rettilinea e ridotte aree di inserzione muscolare. 
Si discute se questi arti avessero una qualche mobilità, almeno a livello della spalla, dato che le altre articolazioni sono del tutto vestigiali. Personalmente, ritengo che queste braccia fossero del tutto prive di funzione, e che non siano altro che vestigi, al pari di analoghe strutture vestigiali presenti nello scheletro di altri vertebrati. 
Ed è proprio riflettendo su come gli arti vestigiali appaiano in natura che è nata l'idea per questo post.
Nell'immagine in alto, che ho creato "photoshoppando" un'opera pre-esistente, ho sviluppato fino alle conseguenze estetiche il concetto di un arto anteriore ridotto e vestigiale, ovvero, l'eventualità che in vita questo arto non fosse esposto o visibile, ma che fosse del tutto "celato" ed inglobato nel tessuto muscolare e tegumentario della regione toracica. A quanto mi risulta, nessuno finora aveva valutato questa opzione "iconografica", probabilmente perché si tende ad una lettura "letterale" dell'aspetto dei dinosauri a partire dallo scheletro (secondo un paradigma iconografico "pauliano").
Per ammettere questa ricostruzione, occorre posizionare l'arto anteriore proiettato posteriormente e aderente alla gabbia toracica, ed ammettere una serie di fasci muscolari aponeurotici e di tessuto connettivale che mantengano l'arto in quella posizione e ricoprano totalmente l'arto. 
L'ampia escursione dell'omero rispetto al glenoide permetterebbe questa posizione per il braccio? Sarebbe interessante fare uno studio sullo scheletro olotipico in articolazione, per vedere l'escursione dell'omero rispetto alla gabbia toracica.

Funzionalmente ed esteticamente, questa soluzione mi pare più sensata dell'immagine classica di Carnotaurus che se ne va in giro con i due moncherini a penzoloni ai lati del corpo: inutili appendici buone solo per prendere dei morsi da parte di un eventuale avversario.

18 luglio 2013

Sintesi


Che titolo dareste a questa immagine?
Vince chi fornirà il titolo più informativo (ovvero, quello con il massimo di informazione ed il minimo di parole).

17 luglio 2013

Di come Artù estrasse il dente dalla vertebra e spodestò il falso rex

Ha senso la parola "verità" in paleontologia?
Ripensavo a quel piccolo frammento di dente di Tyrannosaurus incastonato in quelle due vertebre caudali di Hadrosauridae. Ripensavo a come esso sia stato, suo malgrado, estratto (anche solo virtualmente) dalla sua culla osteologica e sedimentaria nel Mondo 1 per diventare così incisivo (dopo tutto, è un dente) in un cantuccio bizzarro del Mondo 3.
La paleontologia è una scienza; la scienza si presume che ambisca alla conoscenza, ovvero, ad una forma sempre più complessa, raffinata, funzionale e, sopratutto, adeguata, di rappresentazione della realtà che ci circonda. Rappresentazione complessa, perché ambisce a corrispondere a "qualcosa" composto da un'infinità di enti. Rappresentazione raffinata, in quanto elaborazione semplificata e filtrata dei dati in entrata. Rappresentazione funzionale, perché una conoscenza che non permetta di agire con successo nel mondo (anche soltanto prevedendo i pericoli) non è una conoscenza ma un'incoscienza. Ed adeguata, perché costantemente ridefinita alla luce delle nuove informazioni (e della correzione degli errori).
La "verità", per molti ricercatori scientifici, è un pericoloso feticcio metafisico dal quale dovremmo stare alla larga. La "verità" è pericolosa, è sirena dal canto soave ma dalle spire di boa, le spire del dogma e dell'ideologia totalizzante. Come un superstimolo endorfico, tale feticcio può continuare a dominare la mente dei suoi sudditi anche dopo che ne è emersa la sua natura malvagia. Per questa metafisicofobia, molti preferiscono una versione passiva della verità: la falsificazione. La scienza non sarebbe quindi un moto verso la "verità-come-fine", bensì un moto di allontanamento dal "falso-come-partenza". Il nostro motore, quindi, sarebbe il disvelamento dell'errore, non la scoperta del vero: in breve, non sappiamo dove andiamo, ma ciò che conta è allontanarci dal torbido fondale limaccioso.
Torniano all'oggetto della discussione: il dentino di Tyrannosaurus incastonato nelle caudali. Esso è il nuovo eroe di una battaglia virtuale tra due differenti concezioni della paleobiologia di Tyrannosaurus: questo, in sintesi, è la morale che molti ricavano dalla recente pubblicazione di quell'esemplare. In questa storia, molti, più o meno apertamente, hanno visto un perdente: Horner. Horner stesso ha cercato di parare il colpo con la mezza ritirata dell'ipotesi della iena-opportunista, ma è indubbio che il dentino incastonato sia un colpo mortale al modello di Tyrannosaurus che egli propose negli anni '90. Dato che quell'Horner, e non il più recente, era l'oppositore da controbattere, è a quel Horner che è indirizzata l'estrazione del dentino.
Paradossalmente, mi ha stupito la reazione di Horner. Dopo tutti i discorsi che ho letto e sentito da lui, ritenevo che avesse una ben chiara impostazione filosofica. Forse è così, ma non mi risulta che abbia rimarcato le ovvie implicazioni di questa scoperta. E ciò è bizzarro, dato che io, al posto suo, non avrei mancato di sottolineare la paradossale implicazione, che molti non colgono, di questa vicenda. Infatti, se avete seguito tutto il discorso fino a qui, converrete con me che Horner è il grande vincitore di questa diatriba. Il dente ha dimostrato che il Tyrannosaurus saprofago di Horner è falso, quindi l'ipotesi di Horner è stata falsificata in pieno, ma siccome abbiamo stabilito che la scienza è un allontanarsi dalla falsità, l'ipotesi di Horner, nell'atto di essere falsificata, ci dona una piccola spinta nella incessante risalita dal torbido fondale dell'errore. Horner, quindi, ha dato un contributo alla scienza, maggiore di quello che da l'affermare che il dentino estratto "confermi" altre concezioni su Tyrannosaurus.
Così, perlomeno, io interpreto tutta la storia dell'ipotesi saprofagica-spinta del primo Horner. Horner non considera la "verità" il fine della scienza. Egli ritiene la "fuga dal fondale" il vero motore della scienza. Pertanto, proporre un Tyrannosaurus "difficilmente falsificabile" sarebbe, secondo questa concezione, poco significativo, perché non fornirebbe alcuna spinta ascensionale al cammino della conoscenza. Al contrario, il patetico, zotico, antipatico e puzzone Tyrannosaurus saprofago, nella sua indolenza passiva, proprio perché falsificabile da un semplice dentino incastonato, è un formidabile strumento per la risalita dal fondale.
Ma, come?, obietterà qualcuno: quello che conta non dovrebbe essere la conoscenza del "vero Tyrannosaurus"? 
Ma cos'è il "vero Tyrannosaurus"? Ha senso questa domanda? Se, come ho scritto decine di volte, "Tyrannosaurus" non è un "essere verificabile" ma solamente una ipotesi per comprendere dei dati geologici chiamati "fossili", e se queste comprensioni non sono altro che azioni di allontanamento dal fondale oscuro, allora concluderete che il "vero Tyrannosaurus" è un inutile feticcio per nostalgici della verità metafisica, e che a noi "serve" molto più l'effimero Tyrannosaurus saprofago di Horner.

Eppure, nonostante la sua ineccepibile potenza popperiana, che cosa ce ne facciamo del Tyrannosaurus saprofago, una volta che è stato falsificato? Ora sappiamo che non descrive efficacemente i fossili, e che quindi è un non-ottimale strumento di interpretazione. Abbiamo sì guadagnato qualcosa nella risalita, ma a che prezzo? Nell'atto di scoprirlo inutile, infatti, abbiamo relegato il Tyrannosaurus saprofago all'oblio: ci inerpichiamo sulla sua apatica testa sporca di carcasse per risalire dal fondale, e nel fare ciò lo spingiamo inevitabilmente laggiù, nel torbido oblio limaccioso. Ma tutto questo atto si compie in pochi istanti. Dopo di che, rimaniamo senza appigli. Ci siamo allontanati dal fondale, abbiamo forse dato maggiore consistenza ad altre interpretazioni di Tyrannosaurus, ma non abbiamo acquisito qualcosa di nuovo, non abbiamo aggiunto un tassello alla conoscenza di questo theropode. Aver dimostrato che Tyrannosaurus saprofago non è soddisfacente, infatti, non implica automaticamente che altri Tyrannosaurus siano "veri".

Il paradosso si sta per manifestare in pieno. Il paradigma popperiano risulta efficace fintanto che non risulta efficace. Fintanto che la falsificabilità resta tale, essa funziona per risalire dal fondale. Ma nel momento in cui essa diventa falsificazione, quindi errore, la spina ascensionale si arresta, sopraggiunge la stasi. Accantoniamo il vecchio Tyrannosaurus, allunghiamo le mani verso i modelli che restano, per avere un appiglio, ma se facciamo ciò, dobbiamo riconoscere ed accettare che questo atto dovrà concludersi con un tradimento: se vogliamo risalire ulteriormente è necessario che rendiamo il nuovo Tyrannosaurus - appena agguantato - falsificabile a sua volta, per poterlo eventualmente falsificare, ed avere una nuova spinta verso l'alto. 
La strada per Tyrannosaurus pare lastricata da cadaveri di Tyrannosaurus...
Quanti altri Tyrannosaurus dovremo affondare ancora? Arriverà persino il giorno in cui, come estremo atto di falsificazione, elimineremo completamente questa ipotesi paleontologica, esattamente come gli unicorni dei bestiari furono esclusi dalla zoologia? 

Fuori di metafora: può la conoscenza basarsi solamente sulla spinta passiva della falsificazione?

Forse è tempo che si smetta di avere paura della verità, e si giunga ad un compromesso con le sue manie di dominio. Per quanto anche la scienza sia figlia del suo tempo, è davvero necessario trasfigurare la ricerca della verità in una post-moderna risalita a colpi di falsificazioni? Concediamole un potentato, facciamole firmare una Costituzione, limitiamo i suoi abusi con i mezzi leciti, ma non smettiamo di guardare a Lei. 

La risposta non è facile, né immediata. Io stesso non penso di averla, per quanto rifletta spesso, e da ormai tanti anni, sul significato della "verità" in paleontologia.

Buon decimo compleanno, Megamatrice!

Post personale ed autobiografico, dedicato alla mia creatura prediletta.
10 anni fa, approssimativamente in questo momento, sostenevo davanti alla commissione di laurea la mia tesi dal titolo "Relazioni filogenetiche tra gli uccelli mesozoici ed i taxa prossimi ad Aves Linnaeus, 1758". La tesi discuteva le relazioni filogenetiche in Coelurosauria, analizzando la distribuzione di 360 caratteri morfologici in 45 taxa. L'analisi inoltre sviluppava un metodo di indagine modulare, in cui al cladogramma sviluppato con la totalità dei caratteri venivano comparati 5 cladogrammi ottenuti analizzando, alternativamente, i caratteri di regioni specifiche (cranio e mandibola; colonna vertebrale presacrale; cinto pettorale e arto anteriore; colonna sacro-caudale, cinto pelvico e femore; regione tibiotarsale e piede).
Quella analisi rappresenta il nucleo originario di Megamatrice, che quindi oggi compie 10 anni dalla sua primissima pubblicazione!
Rispetto alla primissima versione (in cui si analizzavano solo le relazioni tra i coelurosauri, in cui molti taxa erano di livello sopragenerico, e i non-coelurosauri erano utilizzati come gradi parafiletici col ruolo di gruppi esterni per la polarità dei caratteri), l'attuale Megamatrice è cresciuta di 9 volte come numero di taxa e di oltre 4 volte come numero di caratteri (è quindi oltre 36 volte più dettagliata), include solamente taxa a livello generico o infragenerico (in molti casi, individui singoli) e campiona l'intera diversità dello stelo aviano ("da Scleromochlus a Vegavis" per dirla ortogeneticamente). La figura a sinistra mostra la differenza di "dimensione" (taxa vs caratteri) tra la versione originaria del 2003 (rettangolo rosso) e quella attuale (rettangolo giallo).
Con la sua crescita progressiva, Megamatrice (o meglio, delle partizioni tassonomiche di Megamatrice) è stata usata in articoli scientifici: Cau e Arduini (2008), Naish et al. (2012), Cau et al. (2012), Cau et al. (2013), Godefroit et al. (2013), e sarà usata in alcuni studi in preparazione.
Megamatrice nacque dal desiderio, durante l'università, di fare almeno una ricerca sui theropodi. A rivedere tutto con gli occhi di oggi, considerando tutto ciò che è successo in seguito, sembra veramente un'altra era geologica. Ai tempi, era molto più difficile fare ricerca dinosaurologica, sia per reperire informazioni, che per stabilire contatti con "il mondo paleontologico". Inoltre, non era chiaro quale sarebbe stato il mio "futuro scientifico", se mai nei avrei avuto uno: nessuno nella mia università era lontanamente interessato alla paleontologia dei tetrapodi (figurarsi a quella dei theropodi), ed a parte l'amico Simone Maganuco, unico compagno di università a condividere quella passione, non conoscevo nessuno con tali interessi. L'incertezza e gli ostacoli erano enormi, specialmente se visti con gli occhi di un laureando senza alcun supporto esterno a parte la propria passione.
Oggi, con la possibilità tecnologica di connettersi istantaneamente con persone da tutto il mondo per condividere passioni, idee e progetti, e quindi con una maggiore possibilità di trovare contatti e occasioni di ricerca, è tutto molto più facile. Ma un decennio fa, considerando anche l'assenza della trama di relazioni che si è intessuta nel frattempo (con altri appassionati, con paleoartisti, e con paleontologi professionisti), appariva tutto estremamente labile ed incerto. Pertanto, mi dissi, forse l'unica occasione che avrei avuto di fare una qualche ricerca sui dinosauri sarebbe stata la tesi di laurea... almeno, pensai, mi sarei tolto la soddisfazione di provare. E così, in modo del tutto indipendente, inizia ad assemblare un'analisi che investigasse la filogenesi dei coelurosauri.
Immediatamente dopo la laurea, non avevo alcuna prospettiva di continuare in quel campo. Nonostante ciò, continuai ad espandere ed aggiornare progressivamente l'analisi, anche solo per il mio interesse e curiosità personali. Solo dopo il 2007, le prospettive iniziarono lentamente a farsi più luminose. Per i primi 5 anni della sua crescita, difatti, Megamatrice rimase esclusivamente un mio progetto personale. In seguito, prima menzionandola nel blog, poi usandola per ricerche scientifiche vere e proprie, essa ha preso forma e importanza, diventando ciò che è ora: la fonte delle più ampie analisi filogenetiche sui theropodi mesozoici pubblicate finora. Con tutti i suoi limiti ed imperfezioni, legati al suo creatore, limiti ed imperfezioni che spero progressivamente di identificare e correggere, essa è risultata comunque uno strumento utile e potenzialmente fecondo.
Devo molto a Megamatrice. Assemblare un progetto lungo dieci anni, e di tali dimensioni (in termini di dati, fonti, concetti e metodi) ha plasmato anche la mia forma mentis, mi ha fatto crescere come paleontologo.
Tanti auguri alla mia "bambina", e che possa continuare a crescere ancora ed ancora in futuro: perché ci sono ancora ampie lacune nella documentazione della storia evolutiva di Theropoda che attendono di essere scoperte, descritte, codificate, analizzate e testate!

Bibliografia:
Cau A., and Arduini P. 2008 - Enantiophoenix electrophyla gen. et sp. nov. (Aves, Enantiornithes) from the Upper Cretaceous (Cenomanian) of Lebanon and its phylogenetic relationships. Atti della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale in Milano, 149 (II): 293-324.

Cau A., Dalla Vecchia F.M., and Fabbri M. 2013 - A thick-skulled theropod (Dinosauria, Saurischia) from the Upper Cretaceous of Morocco with implications for carcharodontosaurid cranial evolution. Cretaceous Research 40: 251-260. doi:10.1016/j.cretres.2012.09.002

Cau A., Dalla Vecchia F.M., and Fabbri M. 2012 - Evidence of a new carcharodontosaurid from the Upper Cretaceous of Morocco. Acta Palaeontologica Polonica 57(3): 661-665.
doi:10.4202/app.2011.0043

Godefroit P., Cau A., Hu D.-Y., Escuillié F., Wu W., and Dyke G. 2013 - A Jurassic avialan dinosaur from China resolves the early phylogenetic history of birds. Nature 498: 359–362.
doi:10.1038/nature12168

Naish D.W., Dyke G.J., Cau A., Escuillié F., and Godefroit P. 2012 - A gigantic bird from the Upper Cretaceous of Central Asia. Biology Letters 8: 97-100. doi: 10.1098/rsbl.2011.0683

Nasutoceratops by Lukas Panzarin

"Nasutuceratops" è un nomen nudum relativo ad un nuovo ceratopside che circolava in rete da un paio di anni. Oggi, la pubblicazione ufficiale di questo taxon, battezzato Nasutoceratops (notare il cambio di una vocale). Qui sopra, la ricostruzione ufficiale dell'aspetto in vita di questo dinosauro, ad opera del nostro insuperabile maestro degli ornitischi, Lukas Panzarin.

15 luglio 2013

Primo caso di fagocitosi da parte di un Hadrosauridae verso un Tyrannosauridae

Ho sempre visto in questa opera di Davide Bonadonna l'idealizzazione della Grande Diatriba Madre di Tutte le Diatribe: T-rex saprofago vs T-rex predatore... Specialmente perché il Thescelosaurus esprime perfettamente il senso che io do a tutta la questione.

Ne parleranno tutti, ovviamente. Ovviamente, ed a sproposito. Perché una scoperta relativamente marginale e banale, ma che coinvolge Tyrannosaurus e la ormai stantìa diatriba (del tutto priva di vero valore scientifico) sulle performance predatorie di quel tetanuro, inevitabilmente riempe le pagine.
Io invece voglio interpretare il fossile, il dato crudo, da un punto di vista alternativo.
Uno studio in pubblicazione su PNAS descrive un frammento di dente di rettile predatore, probabilmente un theropode tyrannosauride, conficcato in una vertebra caudale di Hadrosauridae. Siccome il tessuto osseo della caudale avvolge il dente, letteralmente fagocitandolo, questo fossile dimostra che il tessuto osseo degli hadrosauridi si rigenerava dopo profonde ferite, anche quelle inferte da morsi tali da conficcare frammenti di dente al loro interno, rimarginandosi attorno al frammento estraneo.
Ovviamente, tutto ciò è del tutto ovvio, anzi, banale: la grandissima maggioranza dei vertebrati è in grado di rigenerare l'osso alla stessa maniera. "Ma allora", qualcuno domanderà, "dove sta la notizia?".
Da nessuna parte, ma la stessa domanda sarebbe lecita, automatica, ovvia (anzi, doverosa) persino valutando questo fossile come evidenza che Tyrannosaurus fosse predatore. Perché anche questa seconda interpretazione, ed il fossile che la sostiene, è talmente banale che mi stupisco di come mai tale ricerca sia stata pubblicata su PNAS.
Ancora qualcuno che si perde in chiacchiere a disquisire sull'ipotesi che Tyrannosaurus fosse o meno un predatore? Non sarebbe ora di chiudere questa piccola e sciocca diatriba per dedicarci a questioni paleontologiche più interessanti?


PS: come al solito, confido che il 64% dei miei lettori fraintenda il senso di questo post.

11 luglio 2013

Un nuovo ominide del tardo olocene in simbiosi con Spinitator

La faccenda è divenuta seccante. Ormai, non è possibile fare una ricerca online seria relativa a Spinosauridae, per avere pubblicazioni scientifiche o informazioni sulle collezioni museali, senza restare impantanati da link idioti in cui si discute solo di lunghezze iperboliche e combattimenti con coelurosauri vissuti in altri continenti dozzine di milioni di anni dopo qualsiasi spinosauride...
Alla luce delle estenuanti farneticazioni presenti in rete, che intasano e degradano la (relativamente poca) paleontologia intelligente esistente su internet, ritengo opportuno istituire un nuovo taxon di ominide associato a questa fenomenologia. 




Etimologia: Dall'inglese fanboy, in assonanza con boisei, specie di ominide estinto.

Diagnosi: Forma pedomorfica di troll devota a saturare la rete (e le gonadi altrui) con stime esagerate, estrapolazioni iperboliche e banali riduzionismi numerici relativi ai tetanuri mesozoici giganti. Si distingue dal resto degli ominidi viventi per non concepire l'esistenza di animali lunghi meno di 15 metri.

Commento. Alcuni ritengono che A. fanboisei sia basato su forme giovanili di Homo sapiens. Ciò è avvalorato dalle numerose caratteristiche immature, infantili (pedomorfismi) o semplicemente bambinesche tipiche degli esemplari di quel taxon. Opportuno, al fine di risolvere la questione tassonomica, sarebbe quindi uno studio che analizzasse le sezioni sottili delle ossa lunghe di alcuni esemplari.

10 luglio 2013

Tataouinea: tra premonizioni lucasiane e suggestioni artistiche

Avvertenza: Post molto pop, che mischia cultura nerd e paleoarte.
Tataouinea è ufficiale. 
A 24 ore dalle sua pubblicazione, i pareri riscontrati mi paiono positivi. In particolare, ho apprezzato le parole di congratulazione ricevute in privato da un importante "sauropodologo".
Come è mia abitudine, e che Federico ha condiviso, ho voluto inserire delle connotazioni extrascientifiche alla nostra ricerca. Piccole e che non intaccano il suo valore tecnico e paleontologico.
Il nome del genere è un riferimento alla provincia tunisina di Tataouine. Molti lettori hanno sicuramente notato l'allusione a Tatooine, il pianeta immaginario della saga di Guerre Stellari. Per chi non fosse così nerd da saperlo, le scene ambientate su Tatooine furono girate proprio nella provincia di Tataouine, il cui nome è stato omaggiato nel nome del pianeta.
Scena tratta da Star Wars Episodio IV di G. Lukas (1977). Una serie di vertebre diplodocoidi su Tatooine? Premonizione del diplodocoide Tataouinea? (Fonte: StarWars Wikia)

Per un curioso caso di serendipità, solo dopo aver battezzato il sauropode con quel nome, ho scoperto che Tataouinea è ancora più sottilmente legata a Tatooine!
Come discusso alcuni anni fa su SVPoW!, in una scena di Episodio IV di Star Wars, è mostrata una serie vertebrale di un "dragone krayt", immaginaria creatura di Tatooine. Mentre il cranio del "drago" è immaginario (o chimerico), la colonna vertebrale è una copia fedele di una serie di vertebre di diplodocoide! Un diplodocoide di Tatooine, ovvero... Tataouinea! George Lucas, quindi, ha predetto Tataouinea, il "diplodocoide di Tatooine"? [Ironia del destino, Episodio IV fu il primo film a cui ho "assistito" nella mia esistenza: mia madre lo vide al cinema, nel 1977, mentre era in dolce attesa di darmi alla luce].

Alla pubblicazione scientifica, uscita ieri, abbiamo associato alcune opere di amici paleoartisti, ormai riconosciuti a livello internazionale come professionisti affermati, e che meritano un sempre maggiore riconoscimento. In particolare, ho chiesto a Troco di realizzare una scena dell'ambiente di Tataouinea.
"The most badass sauropod picture of all time" (M. Martyniuk)

Il quadro doveva mostrare il paleoambiente, come ricostruito da Federico, oltre al sauropode e i coccodrilli, che sono i rettili più abbondanti di questa formazione tunisina.
Il quadro è stato un lavoro di brainstorming tra me e Troco. Nella mia testa, c'era questa scena del sauropode che cammina circondato dai coccodrilli. E c'era una panoramica aerea dell'estuario. Non volevo le solite scene drammatiche di combattimenti tra animali, non volevo il solito sauropode passivo che si dibatte contro un Sarcosuchus. Volevo una scena naturale, ma al tempo stesso suggestiva. Il sauropode doveva essere il protagonista, ma al tempo stesso non doveva rubare la scena all'ambiente ed ai coccodrilli. I grandi coccodrilli dovevano essere mostrati come animali reali, non come mostri brutali. Penso che la scena risultata, nella quale il sauropode pare "invadere" la colonia di sarcosuchi, i quali, pigramente, quasi controvoglia, si spostano verso le mangrovie, sia risultata vincente. I ruoli "stereotipati" vengono invertiti: sono i carnivori, numerosi e pacifici, che vengono disturbati dall'erbivoro, il quale, solitario, agisce in base alle proprie logiche animali, spesso difficili da spiegare con le nostre categorie, agisce non per corrispondere a qualche nostro preconcetto ecologico, ma semplicemente alla contingenza della sua esistenza in quel momento. Non volevamo ricondurre la scena a qualche iconografia convenzionale, che relega i sauropodi a comparse secondarie, oppure ad antagonisti di qualche altro rettile predatore. Anche i coccodrilli, mostrati come animali che oziano, sono "riscattati" dal ruolo al quale spesso vengono ricondotti. 
Un sauropode può anche essere spavaldo ed arrogante, ed un rettile carnivoro di 10 metri non è sempre e soltanto una macchina per "attaccare, combattere ed uccidere".

09 luglio 2013

Tataouinea hannibalis (Fanti, Cau, Hassine e Contessi 2013)

Ricostruzione in vivo di un esemplare di Tataouinea hannibalis. (Opera di D. Bonadonna).


Mi rendo conto che ormai sto diventando ripetitivo, ma per ottime ragioni che credo apprezziate: il 2013 sarà ricordato come un anno straordinario nel campo della paleontologia dei rettili mesozoici “made by Italians”. Ed è con cuore colmo di soddisfazione, e le ossa piene di sacche d'aria e di cavità, che vi annuncio – in anteprima assoluta – un altro studio del quale sono co-autore, pubblicato oggi su Nature Communications. E questa volta si tratta di qualcosa di molto grosso.

08 luglio 2013

Nuovi scenari per i theropodi Gondwaniani

Sono stati pubblicati gli abstract del Primo Simposio Brasiliano sui Dinosauri, tenuto lo scorso Aprile ad Ituiutaba, nello stato di Minas Gerais.
Qui, riassumo brevemente i più interessanti relativi ai theropodi.

06 luglio 2013

Allometrus Prime vs Isometron

No, questo non è il post che ho annunciato nel precedente. Qui, torno a parlare di spinosauri, ricostruzioni e qualche concetto di biologia che gli estimatori dimensionali all'acqua di rose non conoscono. Mi sono reso conto che molti tra coloro che parlano di dimensioni adulte nei dinosauri dimentichino un principio biofisico chiave quando si ha a che fare con il gigantismo: l'allometria.

L'esemplare milanese di Spinosaurinae presente al museo di Storia Naturale di Milano (MSNM V 4047), riferito a Spinosaurus cf. aegytiacus, è confrontabile direttamente con l'olotipo di Spinosaurus aegyptiacus solamente per un frammento di mascellare, descritto brevemente da Stromer ma mai illustrato. Nondimento, dalla descrizione e dalle misurazioni riportate, si deduce che sia una parte del margine posteriore della serie alveolare posteriore. Il frammento è lungo 20 cm, valore che è approssimativamente pari a 4/5 della parte omologa in MSNM V4047 (valutazione personale, analoga a quella ottenuta da Simone Maganuco, com. pers.).
Questa comparazione relativa ad un frammento di mascellare è diventata la base da cui molti ricostruiscono l'intero animale al quale apparteneva il rostro milanese come se fosse lungo 5/4 (=120%) dell'esemplare olotipico. 
Questa estrapolazione è una stima valida?
NO!
Chi deduce che l'intero animale fosse "120% più lungo" dell'olotipo (la cui lunghezza totale, ricordo, è ignota) commette il seguente errore, suddiviso in due sotto-errori: 
1) Assume che una differenza di dimensione lineare relativa alla lunghezza di una parte del mascellare sia "valida" per l'intero corpo dell'animale. 
2) Chi commette questo errore lo amplifica dimenticando che le dimensioni corporee in una serie ontogenetica dal giovane all'adulto sono soggette ad ALLOMETRIA (variazione non-lineare delle parti del corpo al variare delle dimensioni corporee) e non ad ISOMETRIA (variazione uniforme delle parti del corpo al variare delle dimensioni). 

Il punto 1) è mostrato da questa comparazione tra l'esemplare milanese (in basso) e l'esemplare parigino (in alto), un altro rostro di Spinosaurus, meno noto del milanese. I numeri nell'esemplare milanese indicano quanto la parte indicata dalle frecce sia più lunga (in percentuale) rispetto all'omologa nel parigino. Come vedete, parti differenti del rostro hanno differenti rapporti. Non ha senso prenderne uno a caso (o scegliere quello che fa più comodo, di solito il maggiore) per "estrapolare" l'intero animale. Il fatto che nel confronto con l'olotipo sia disponibile solo un valore da una parte del mascellare non è un motivo valido per considerare tale valore "definitivo" o "generale".
Rapporto tra le dimensioni di parti del rostro nei due esemplari: notare che i valori siano differenti a seconda della parte considerata. Usarne una come "stima" delle dimensioni totali del secondo animale rispetto al primo è una forzatura, oltre che una decisione arbitraria.
Il punto 2) è evidenziato confrontando il rostro milanese con il dentale dell'olotipo e con altri spinosauridi meglio conservati. Dato che un confronto diretto tra un rostro premascellare-mascellare ed un dentale avviene tra parti non omologhe, userò i baryonychini per i quali i due elementi sono compresenti nello stesso individuo, per dedurre eventuali variazioni "conformi" o "difformi" da ciò che si osserva nei baryonychini. 


Nei Baryonychinae, se allineiamo dentale e rostro superiore in modo che i loro estremi anteriori siano coincidenti (linea nera) notiamo che i punti di massimo spessore del premascellare e del margine anteriore del dentale siano alla stessa distanza dalla linea nera (linea azzurra), tendano ad avere spessori comparabili (frecce viola), che rostro e mandibola abbiano spessori massimi comparabili (frecce verdi), che la dentatura inferiore termini poco anteriormente alla finestra antorbitale (linea rossa), che la dentatura superiore termini a livello della sutura dentale-surangolare (linea rosa) e che il punto di massima espansione della mascella sia posteriore alla rosetta dentale ma non oltre metà della lunghezza del dentale (linea gialla).
Se assumiamo, come ipotesi di lavoro, che il dentale olotipico di Spinosaurus ed il rostro milanese siano appartenenti ad uno stesso esemplare (o meglio, siano di individui identici) e li allineiamo come per i due baryonychini, osserviamo che le dimensioni dorsoventrali (frecce viola e verdi) siano comparabili tra rostro e dentale, mentre le lunghezze anteroposteriore (linea gialla, rossa e rosa) siano del tutto "difformi" tra loro rispetto a quanto si osserva nei baryonichini.
Ciò può essere spiegato in vari modi, non tutti però ugualmente soddisfacenti. Ad esempio, escludo, almeno per ora, l'ipotesi che queste differenze di proporzione possano essere tassonomiche, e che quindi l'esemplare milanese appartenga ad una specie differenta da quella dell'esemplare egiziano (che, per definizione, è l'olotipo, quindi il portatore del nome, di Spinosaurus aegyptiacus). Solo nuovi esemplari potranno eventualmente dimostrare che queste differenze siano dovute a specie distinte.
Pertanto, restando dentro la stessa specie abbiamo due opzioni per spiegare le differenze di proporzioni:
Ipotesi A) Isometria: L'esemplare milanese è una "copia più grande" dell'olotipo e tutte le sue parti sono una versione in scala espansa dell'altro. 
Ipotesi B) Allometria: L'esemplare milanese è una versione "deformata" dell'altro, con alcune parti più grandi di altre, ma ciò non implica necessariamente che fosse in assoluto più grande dell'altro in modo isotropo.
L'ipotesi A) è falsificata dalla discrepanza tra gli spessori dorsoventrali tra dentale e rostro (simili tra i due esemplari) rispetto alle lunghezze/posizioni dei vari marcatori longitudinali. 
Pertanto, resta l'ipotesi B), l'allometria. Non solo essa spiega bene il fenomeno osservato (le lunghezze che crescono più rapidamente delle ampiezze), ma è anche prevista da ciò che deduciamo dell'ecologia di questo theropode: difatti, se, come è fondato da prove fossili, Spinosaurus fosse un piscivoro longirostrino, è molto probabile che durante la crescita fosse soggetto ad allometria anteroposteriore del muso (fenomeno tipico dei taxa longirostrini, specialmente se animali piscivori, dai pellicani ai gaviali: basta comparare i musi dei giovani con quelli degli adulti, per vedere come questi ultimi non sono soltanto "più grandi" dei giovani, ma abbiano anche rostri molto più lunghi rispetto al resto del corpo), allora deduciamo che tanto più maturo è l'esemplare tanto più allungato (rispetto allo spessore dorsoventrale) sarà il suo rostro.
Siccome l'esemplare milanese ha un rostro molto lungo ma non particolarmente spesso dorsoventralmente rispetto all'olotipo, deduciamo che esso fosse più maturo ontogeneticamente, ma non eccessivamente più "grande" in senso assoluto (massa e dimensioni corporee totali).
Pertanti, l'atto di stimare le dimensioni totali dell'esemplare milanese in modo isometrico dall'olotipo, usando le lunghezze della regione rostrale, automaticamente sovrastima le dimensioni dell'esemplare, creando un animale "gigante" che è una errata estrapolazione isometrica da fattori che invece variano allometricamente.
Perciò, deduco che l'esemplare milanese era più maturo dell'olotipo, ma che le sue dimensioni lineari totali non fossero 120% più grandi di quelle olotipiche, ma un valore compreso tra 100% e 120%, probabilmente più vicino al primo valore. Inoltre, deduco che la testa dell'esemplare milanese fosse - rispetto all'olotipo - più grande rispetto al corpo,in particolare con un muso significativamente più lungo.

04 luglio 2013

Coming Soon: Pneumatic Wars - Episode IV: A New Bone

Fonte: Technology Tell
Tanto tempo fa, in una Formazione lontana lontana...

Preparatevi ad uno dei post più epici, nerd, e inflazionati nella storia della paleo-blogosfera...

Xinghaiornis, un nuovo enigmatico aviale

Wang et al. (2013) descrivono un esemplare completo ed articolato di un aviale di medie dimensioni (l'omero è lungo 75 mm) dalla Formazione Yixian della Cina, ed istituiscono Xinghaiornis lini.
Nonostante la descrizione dell'esemplare sia preliminare, Wang et al. (2013) rimarcano l'inusuale combinazione di caratteristiche: il cranio è marcatamente longirostrino, come nei longipterygidi, e completamente privo di denti (i longipterygidi presentano i denti premascellari e quelli più anteriori nel dentale), e se non si esclude che tale assenza sia preservazionale, ciò rende Xinghaiornis ecologicamente unico tra i theropodi mesozoici. L'esemplare presenta alcune sinapomorfie degli enantiorniti, come il lungo ipocleido nella furcula ed il terzo metacarpale più lungo del secondo, assieme a caratteri relativamente omoplastici, presenti nella maggioranza degli euorniti (ma anche qualche enantiornite), come la testa dell'omero espansa prossimamente, il primo dito del piede posto relativamente più prossimale rispetto alle troclee degli altri metatarsali. Questo mix di caratteri, e l'assenza di un'analisi filogenetica nella quale inserire Xinghaiornis, inducono gli autori alla cautela sulle sue relazioni.
Immesso in Megamatrice, Xinghaiornis risulta un enantiornite relativamente basale, e sister-taxon di Longipterygidae, in base ai caratteri longirostrini del suo cranio. Nondimeno, non escludo che una volta descritto in maggiore dettaglio, esso risulti simile ai longipterygidi solo per convergenza.

Ringrazio Lukas Panzarin per la segnalazione.

Bibliografia:
Wang X., Chiappe, L.M., Teng, F. & Ji, Q. (2013) Xinghaiornis lini (Aves: Ornithothoraces) from the Early Cretaceous of Liaoning: An Example of Evolutionary Mosaic in Early Birds. Acta Geologica Sinica(English Edition), 87(3):686-689.

03 luglio 2013

Spinonyx vs Spinitator

Terzo ed ultimo post sulla trilogia Spinozillesca...
Nei due precedenti post ho discusso delle ricostruzioni del cranio di Spinosaurus che usano l'esemplare "milanese" come base del muso, e delle varie assunzioni per "completare" tale cranio.
Io sono pienamente consapevole che le mie argomentazioni possono dispiacere, anche se temo che spesso ciò sia solamente per un desiderio più o meno conscio di "salvare" un mostro mitologico creato un decennio fa, ovvero, lo Spinosaurus-super-gigante, con un cranio lungo oltre 160 cm, se non oltre 180 cm, nonostante che un simile "mostro" sia del tutto privo di prove a suo favore, al pari del Mokele-Mbe-Mbe (e ciò fa ritenere che entrambi non sono mai esistiti).
Siccome quello dello Spinosaurus gigante è un ormai mito paleontologico, e questo blog parla spesso di miti paleontologici, è bene sviscerarlo e demolirlo prima che diventi dogma di fede.
I critici del mio metodo probabilmente sostengono che il "metodo" che ho usato è idiosincratico, peculiare ed inusuale, e quindi viziato da qualche mia personale inclinazione alle "taglie piccole" (che poi, ad essere onesti, sarebbe meglio chiamare "taglie prudenti"). Tuttavia, ho mostrato sia che questo metodo è lo stesso usato dalla maggioranza dei creatori di ricostruzioni di Spinosaurus, sia che il metodo, se "testato" su theropodi completi, risulta affidabile, quando viene applicato in modo corretto.

Innanzitutto, una precisazione doverosa: io baso le fonti per queste ricostruzioni iconografiche esclusivamente su pubblicazioni scientifiche. I rumor dalla rete, le foto di esemplari privati, i compositi creati da artigiani, o da venditori di fossili, così come esemplari non descritti e custoditi in collezioni non pubbliche, tutti questi NON HANNO ALCUN VALORE SCIENTIFICO. Pertanto, io li ignoro. E chi li cita come "fonti" è un ingenuo, se non uno sciocco, perché cita qualcosa che non può essere controllato e testato in modo rigoroso. Credere che un "cranio" completo pubblicato online sia attendibile è come credere alle foto del mostro di Loch Ness. Solo i dati pubblicati in modo rigoroso sono validi per una discussione seria.

Tornando al metodo che ho usato, i miei critici probabilmente sostengono che le mie ricostruzioni sono "sospette" perché non fanno riferimento ai Baryonychinae. Come scrissi negli altri post, il metodo che avevo usato partiva dal cranio articolato di Irritator, per "completare" Spinosaurus, invece che partire da ipotetiche ricostruzioni di Baryonychinae basate su esemplari meno completi e disarticolati.
Ma accettiamo la sfida, ed usiamo una ricostruzione di Baryonychinae! Ovviamente, deve essere una ricostruzione pubblicata su uno studio scientifico.
La fonte migliore è probabilmente Rauhut (2003): egli pubblica una ricostruzione completa di cranio di un Baryonychinae, basato su Baryonyx e Suchomimus. La ricostruzione di Rauhut è a mio avviso molto corretta, perché tiene in considerazione la peculiare inclinazione della regione postorbitale degli spinosauridi, così come la loro marcata condizione longirostrina, fattori che invece sono spesso ignorati dai "dilettanti della rete", i quali, di fatto, spesso rappresentano - grossolanamente - gli spinosauridi come niente altro che "megalosauri col muso lungo", dimenticando invece i caratteri inusuali di questi theropodi, che in varie caratteristiche ricordano molto i coelurosauri, persino gli uccelli.
Bene, se usiamo la ricostruzione di Rauhut (2003) come base per completare il cranio di Spinosaurus, al posto di Irritator, sostituendo premascellare mascellare e parte anteriore del nasale con quelli dell'esemplare milanese, si ottiene questo:
Spinonyx: la ricostruzione di Spinosaurus basata sui Baryoychinae.
Il cranio che si ottiene, sovrapponendo le parti a livello della regione antorbitale, è lungo 140 cm dal premascellare alla regione nucale, ovvero, 130 cm dal premascellare al quadrato. Anche tenendo conto di un qualche margine di errore nelle sovrapposizioni, non si va mai oltre 135-145 cm come range. Notare come, a parità di altezza a livello dell'orbita, Spinonyx sia chiaramente più longirostrino, persino dei Baryonychini, come avevo dimostrato nel precedente post.

Come vedete, anche usando ricostruzioni di altri paleontologi, si ottiene sempre lo stesso range di dimensioni che avevo ricavato col metodo "Spinitator".


Fine della discussione.

Bibliografia:
Rauhut, O. W. M. 2003. The interrelationships and evolution of basal theropod dinosaurs. Special Papers in Palaeontology, 69:1–213.

Allometrie, allungamenti e musi di spinosauri

Il precedente post ha riscosso un discreto interesse, ed ha ricevuto numerosi commenti. Alcuni abbastanza "opinionistici", altri più sostanziosi e costruttivi per la discussione.
Un commento era scettico nei confronti della mia ricostruzione di Spinitator (o meglio, della ricostruzione che si ottiene usando il metodo "classico" per ricostruire Spinosaurus): il lettore sosteneva che il muso così risultato fosse "troppo" lungo rispetto alla dimensione del cranio (ovvero, avesse una regione postorbitale troppo corta), e che ciò avrebbe quindi sottostimato le dimensioni generali della testa. Altri commentatori hanno invece notato che utilizzando il cranio di altri spinosauridi, invece che Irritator, non si otterrebbe la mia stessa stima. Faccio notare a questi commentatori che attualmente non esiste un cranio di spinosauride completo nella regione postorbitale ad eccezione dell'olotipo di Irritator. Né Baryonyx Suchomimus hanno crani articolati (almeno, in base al materiale pubblicato): quindi, non possono essere usati per il metodo che ho descritto.

In questo breve post dimostrerò che l'obiezione del primo commento menzionato qui sopra non regge, e che probabilmente è anche la causa delle stime anomale che si ottengono qualora si usino le ipotetiche ricostruzioni del cranio dei Baryonychinae per stimare il cranio di Spinosaurus.
La mia ipotesi è che il muso di Spinosaurus è molto più allungato (ovvero, ha il massimo rapporto tra lunghezza e ampiezza dorsoventrale) di quello di ogni altro grande theropode noto. Conseguenza di ciò, se si usa il cranio degli altri theropodi per stimare la lunghezza totale del cranio di Spinosaurus, inevitabilmente si sovra-stima il suo cranio
Per dimostrare che il muso di Spinosaurus è il più allungato tra i theropodi (ovvero, ha il massimo rapporto tra la sua estensione orizzontale e quella verticale), userò il muso dell'esemplare milanese e lo confronterò in scala con quello di Suchomimus. Entrambi gli esemplari sono tratti da Sereno et al. (1998) e Dal Sasso et al. (1998). In ambo i casi, mi baso sulle immagini dei fossili, non sulle ricostruzioni dei crani.
Per confrontarli occorre prendere delle misure standardizzate. Definisco "muso" come la zona posta anteriormente alla finestra antorbitale. Definisco "spessore" del muso la massima estensione dorsoventrale del muso a livello della zona anteriore del mascellare, in corrispondenza dei più grandi denti mascellari. Ho usato quel punto del muso perché è ben conservato in entrambi, ed è un buon marcatore della regione intermedia del muso.
Confronto tra le proporzioni del muso in Spinosaurus (linea nera) e Suchomimus (linea rossa). I due musi sono disegnati in modo standardizzato, con eguale ampiezza massima e i margini rostrali delle finestre antorbitali congruenti.

Se posizioniamo il rostro di Suchomimus e quello di Spinosaurus in modo che abbiano lo stesso valore di spessore (le linee arancione e linea verde hanno stessa lunghezza) e in modo che i margini anteriori delle loro finestre antorbitali combacino (a livello della linea blu), si vede immediatamente che Spinosaurus ha un muso molto più lungo (linee rosa rispetto alla viola in basso): per la precisione, il muso di Spinosaurus è pari al 167% di quello di Suchomimus.
Ciò dimostra - spero senza più dubbio - che il muso di Spinosaurus è di gran lunga più allungato di quello di ogni altri theropode di grande taglia (tutti gli altri theropodi hanno musi meno allungati rispetto ai baryonychini, quindi, basta dimostrare che Spinosaurus è più allungato rispetto a questi ultimi), e che quindi qualsiasi stima ed estrapolazione delle dimensioni della sua testa che non tengano in considerazione l'estremo allungamento del muso produrranno inevitabilmente una testa eccessivamente lunga, e, di conseguenze, stime totali delle dimensioni corporee eccessivamente grandi.

Bibliografia:
Dal Sasso, C.; Maganuco, S.; Buffetaut, E.; and Mendez, M.A. (2005). New information on the skull of the enigmatic theropod Spinosaurus, with remarks on its sizes and affinities. Journal of Vertebrate Paleontology 25 (4): 888–896. 
Sereno, P.C.; Beck, A.L.; Dutheil, D.B.; Gado, B.; Larsson, H.C.E.; Lyon, G.H.; Marcot, J.D.; Rauhut, O.W.M.; Sadleir, R.W.; Sidor, C.A.; Varricchio, D.D.; Wilson, G.P; and Wilson, J.A. (1998). A long-snouted predatory dinosaur from Africa and the evolution of spinosaurids. Science 282 (5392): 1298–1302